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venerdì 25 aprile 2014

Top 20 dell'exploiding cinema (più o meno). La bomba nel cinema. E perché ho cominciato ad amarla














di Roberto Silvestri


007 Una cascata di diamanti
La bomba al cinema non è la bomba della vita, che fa a pezzi gli uomini. Anzi, basta ricordare tutta la saga 007, e simili, ha un effetto condensante, ricucente, effervescente. Serve a dare luminosità ai manifesti (di Alien 3, per esempio e di quasi tutti i film d’azione, sempre con luccicanze sul fondo) e a simbolizzare che l’eroe è unbreakable, indistruttibile (Tom Cruise in Mission Impossible 2 e tutti i cartoon Warner Bros). 

Mission Impossible 2
Ma quando si parla di ‘exploding cinema’ non si allude ai film su bombe, esplosivi e terroristi. Soprattutto dopo che quel gran salto in aria spettacolare di Carrero Blanco (raccontato in Ogro da Gillo Pontecorvo, per nulla tenero con l’Eta o in Noi credevamo di Mario Martone, per nulla tenero con il padre della patria Crispi) ha offerto una ricca gamma di succedanei criminalmente orridi e di logica più ‘istituzionale’ di quanto non sembri, da Falcone a Oklahoma City, da Unabomber all’integralismo di ogni fede. 


,Noi credevamo di Martone (Crispi, il bombaloro è a destra)
L’equivalente hollywoodiano è Settembre nero di John Frankenheimer, il contributo più perfido alla causa dell’annichilimento palestinese presso l’opinione pubblica americana (i feddayn congegnano un attentato dimostrativo - di che? - nello stadio gremito dove si svolge il Superbowl).


Black sunday di John Frankenheimer
Si intende semmai col termine exploding – per molti anni il festival di Rotterdam lo ha studiato – quel cinema expanted (alla Youngblood) dell'epoca digitale, d’esplorazione radicale che, indocile al rito della sala, sta irradiandosi nei territori limitrofi della performing art, del consumo web, della rielaborazione frammentata e vee-jay, liberando le immagini della camicia di forza narrativa e dal funesto destino segnato per ogni film riconciliato e consolatorio: finire nel cimitero dei Blockbuster.


Il cinema underground del resto, già negli anni ’40 e ’50 e proprio in contiguità con il sussulto delle coscienze del dopo Hiroshima, aveva scatenato quella ‘bomba atomica spirituale di immensa potenza’ che è oggi l’immaginario sovversivo, dentro e fuori il cinema di mercato. 
E che scava, nella globalizzazione, fuoriuscite sotterranee, trova mille mondi illegittimi da osservare, prepara scudi stellari anti-rincretinimento o proclama invisibili (a molti) obiezioni di coscienza rispetto al dosaggio normale di radiazioni ottico-emozionali consentite. 

Edmonda Aldini (ne La ricotta di P.P.Pasolini)
Insomma ci sono bombe e ‘bombe’. Quelle devastanti tatticamente ma che restano nonostante l’alto numero di vittime disperati segnali di sconfitta, e quelle che scoppiano solo nelle coscienze, incruente per lo più, ma irreversibili, perché cambiano la storia e non la congelano, o fermano o strumentalizzano per gretti interessi “d’azienda”. Edmonda Aldini che lesse Bomba di Gregory Corso in un teatro off off romano alla fine degli anni 60, fu una di quelle bombarole dolci irreversibili. E anche, involotanriamente, Peter Sellers, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick.


Qualche frammento dinamitardo nel cinema sovversivo, però, può raccordare sia la linea ‘exploding’ che quella ‘explosive’: Il finale di Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni (1969), per esempio. Con l’esplosione della villa wrightiana incastonata sulle rocce, che non è soltanto il simbolo del sogno giovanile di distruzione totale del consumismo, ma anche, in un’effetto slow-motion per niente estetizzante anzi lisergico, la messa in crisi stessa dell’Autore, dell’Artista, che non può più isolarsi in una torre d’avorio ma deve dilatare la coscienza e la comunicazione estetica, fondendosi con le masse - soprattutto molecolari - “più invisibili”. 

Come in Pierrot le fou (1965) di J.L.Godard, l’ultimo film dell’era preistorica, un on the road contro la storia del cinema, con quel finale, non nichilista anzi costruttivista, con Jean Paul Belmondo che uccide Anna Karina (come partner femminile di serie b) e poi si suicida “dentro il tritolo” di fronte a una scogliera mediterranea. 

Basta con i generi, lo star system, il divismo, le love story, la politica degli autori, le emozioni preconfezionate. Bisogna davvero cominciare a lavorare alla visione, allo sguardo, allo spazio, al tempo, ai corpi, alle mutazioni, ai buchi, ai tagli, ai rattoppi dei Fontana e dei Burri del cinema (capostipite Robert Aldrich di Kiss me deadly e di Ultimi bagliori di un crepuscolo) . La voce fuori campo, infatti, ironicamente e materialisticamente si chiede: “L’eternità? No, solo il mare e il sole”.


Robert Aldrich Kiss me deadly (Un bacio e una pistola)
Se non esistono molti ‘film formalmente anarchici’ non ce ne sono troppi neppure di tradizionali, ma “sugli anarchici”, tipo biografie di Bakunin o Malatesta o Durruti (a parte il recente docu-drama di Comolli e il suo La Cecilia; e poi Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, che ha sfruttato però un momento particolare e forse irripetibile della recente storia italiana, il ’68; o Terra e libertà di Ken Loach). 

Bomba atomica
E anche su organizzazioni rivoluzionarie metropolitane o contadine come Tupamaros, Ira, Eta, Sentiero Luminoso, Raf, Br…è meglio basarsi sui documentari non realizzati o controllati nei paesi d’origine (o scegliere, come John Waters e Dario Fo, la strada del grottesco, della fiaba irrealistica sferzante, la formula Cecil B.Demented è più profonda per spiegare Patricia Hearst del dramma alla Schrader). 

Sarebbe imbarazzante spiegare come andarono davvero le cose, altro che “i giocolieri del tritolo” all’opera, e oltretutto impossibile terrorizzare ogni tanto l’audience - tramite tg - raccontando le nuove audaci imprese di “anarchici insurrezionalisti”, redivivi di tanto in tanto...La Comune di Parigi di Peter Watkins (2000) non è che la Rai sta facendo carte false per strapparlo alla Fininvest. Non frega niente a entrambi.


Ma non per questo non manca (e non amiamo, a volte) il “cinema esplosivo”, quello che fa della dinamite e dell’effetto speciale roboante e fiammeggiante una componente chiave del cinema d’azione e spettacolare di serie A e Z, in occidente come in oriente, e dell’immagine del disastro un antidoto salutare, nell’inconscio collettivo, rispetto al ‘disastro dell’immagine’ plastificata, ben impaginata e disciplinata che sempre più sta anestetizzando ogni pulsione e piacere. 

Inferno in Florida di Corey Allen, produzione Roger Corman
Anzi, assieme a una buona dose di violenza, inseguimenti d’auto, sesso e femminismo l’esplosione fa parte della ricetta produttiva di tutti i film New World di Roger Corman, da Inferno in Florida di Corey Allen a 1929 Sterminateli senza pietà di Martin Scorsese, dove gli eroi sono costretti ad essere sempre indipendenti, fuorilegge, sabotatori, illegali, distillatori clandestini e anche un po’ bombaroli. Ma questa volta le attenuanti sono più che generiche. Contro di loro ci sono o i feroci agenti Pinkerton, o il Ku Klux Klan o, peggio ancora visto i recenti accadimenti, la guardia nazionale della Florida!.


E’ del 1977 I cospiratori (The Molly Maguires) di Martin Ritt, su un’organizzazione operaia americana e multietnica degli anni 1870-1880 stroncata senza pietà (e anche allora tramite provocatori ben addestrati che ne strumentalizzarono una componente terroristica d’autodifesa) perché, in buona sostanza, colpevole di voler aumentare il costo della forza-lavoro. Il reato è di “sindacalismo”, quello che sta tornando proprio di moda adesso, contro la classe operaia immigrata. 

Incontri pericolosi del primo tipo di Tsui Hark
Tsui Hark in Incontri pericolosi del primo tipo ci racconta, con linguaggio molto più secco e estremo, una storia simile, ambientata però nella Hong Kong di un secolo dopo, in quella allora enclave britanizzata che si era ‘americanizzata’, prima del ritorno alla Cina, tramite flussi migratori, anche dalle Filippine, e che in più si avvicinava, in mezzo a contraddizioni furibonde, alla fusione con la gigantesca madre patria comunista… Ne è uscito fuori un grottesco horror atroce ma commuovente (e censurato tutt’oggi) che punta il dito sullo sfruttamento della manodopera minorile e le insostenibili diseguaglianze sociali del protettorato, e esaspera a tal punto le psicologie che una dodicenne tutta sola (non fosse per l’adorato canarino), diventata capobanda di un drappello di coetanei “pixote”, impelagati per sopravvivere nel traffico di droga e nemici degli yankees, che finirà per mettere una bomba in un cinema superaffollato del centro, mandando tutto in mille pezzi, metafora del potere immane del cinema anticommerciale dei seguaci di King Hu (e arriveranno presto anche John Woo, Ann Hui e Allen Fong) che hanno deciso di smetterla con i generi e le frivolezze alla moda. 

Sabotage di Alfred Hitchcock (1936), da ‘Agente Segreto’ di Conrad, dà alla bomba una funzione altamente educativa, quella di spiegare come si fabbrica la suspense, tramite un ragazzo, un autobus, un tavolo e un congegno a orologeria. 

Mario Bava, Le spie vengono dal semifreddo
In Le spie vengono dal semifreddo (1966) di Mario Bava procaci donne robot spedite ai generali della Nato (una a testa) sono programmate per esplodere a letto con i graduati ha il sapore dell’utopia indipendentista e nazionalista che i troppi thriller politici di oggi, sui bombaroli pazzi che giocano con l’uranio ex Cccp, fanno certo rimpiangere.







End the winner is..........
Le spie vengono dal semifreddo di Mario Bava

APPENDICE 1  I film bombaroli preferiti dagli amici


Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick
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Peter Freeman: Il nostro agente Flint di Daniel Mann



Peter Freeman: Wile E. Coyote di Chuck Jones




Lino Sturiale: L'ultimo capodanno di Marco Risi


Thomas Martinelli: La polveriera di Goran Paskalievic


Antonio Fiaschetti: Giù la testa di Sergio Leone
James Coburn in Giù la testa


Roberto Silvestri: La banda Bonnot di Philippe Fourastié


 

























giovedì 24 aprile 2014

La storia del cinema palestinese (4). La Nakba, l'espulsione dei palestinesi dalle loro case nel 1948. Un film di Yursy Nasrallah, egiziano







di Roberto Silvestri



LA PORTA DEL CIELO

BAB EL SHAMS

Yousry Nasrallah, Egitto 2004

Yusry Nasrallah (a destra)
Se neppure Michael Moore ha osato mettere in mezzo Israele/Sharon, ditta d'appalto centrale (e molto mercenaria) nell'attuale strategia politica e petrolifera di Bush jr. in Medioriente, ha avuto questo coraggio l'egiziano Yusry Nasrallah, esponente di punta della «nuova onda araba» (nessuno la conosce in Italia), mai dogmatica nel pensiero e libertaria nelle immagini e dunque mal vista da chi controlla tutte le fonti d'immaginario e ci assicura che, Tel Aviv a parte, tutto il resto è integralismo antisemita.
Ma Nasrallah ha fabbricato un film che parte dalla Nakba, dalla catastrofe, cioé dalla espulsione dei palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi nel 1948, che ha il piacere e il dolore del racconto, che non ha paura della vita, che sconcerta, che non giudica nessun terrorista, neanche nemico, a priori. E’ più lungo di quattro ore (esattamente 4 ore e 48 minuti) ed è tratto dal best seller storico-poetico del libanese di origine palestinese Elias Koury, La porte du Soleil.

Il regista (a sinistra) e l'autore del romanzo, il libanese Elias Khoury
L'opera, bellissima è stilisticamente duplice, metà meló egiziano, metà moderno dramma alla libanese, costruito come le storie dentro le storie di Le mille e una notte. Ci spiega 50 anni di lotte, speranze, amori, tragedie, eccidi, umiliazioni, vittorie perfino, e utopie indistruttibili. Se ci fossero tv come si deve sarebbe roba ghiotta. Perché il suo formato non è ortodosso, l’opera non è televisiva come La meglio gioventù, piuttosto è un Novecento 1 e 2.

Yusry Nasrallah
Film epico e caleidoscopico, per i punti di visti espressi, non dimentica nessuna delle generazioni che sono state protagoniste obbligate, dal 1946 ad oggi, della tragedia palestinese. Il vecchio sceicco cieco Ibrahim, l'insegnante coranico pio fino al fanatismo ma anche coltissimo e dolce, esegeta di Saladino e Nasser, e depositario di un segreto. Sa dove è quel luogo, inaccessibile perfino a Sharon, nascosto da una grotta dove vive e prospera, fiorita, tutta intera la Palestina multietnica e polireligiosa... E poi sua figlia Nahila, che è già indocile al suo ruolo di sposa obbligata dodicenne, e vuole negli anni `50 del rock'n'roll imitare invece le simpatiche maschiette del kibbutz, e terrà testa infatti alle torture dei soldati occupanti, con il coraggio e con l'astuzia. Due personaggi che ci raccontano dei palestinesi fleur d'ajonc, gli indistruttibili, che pure spintonati e decimati e che si sono visti l'acqua rubata, gli alberi d'olivo sradicati, i villaggi interi cancellati (circa 500) dalla cartina geografica (ce ne daranno mai una mappa, o tremano i cartografi di Tel Aviv?), i vestiti requisiti e ordinati secondo quella certa logica aberrante ereditata controvoglia dai nemici del nemico inglese... Eppure sono rimasti sempre, sono lì, attanagliati alla terra. Finché non li uccideranno tutti tutti tutti. Due paesi due nazioni. Una sottoterra, però.

Lo scrittore libanese Elias Khoury
E poi la diaspora. Il marito di Nahila, Younes, che diventerà il simbolo stesso del partigiano mobile e invincibile (sempre al di qua e al di là del confine, sempre rocambolescamente tra le braccia della moglie, a far figli lasciando di sasso i servizi segreti, che col sasso si vendicheranno di un suo piccolo rampollo); le sue imprese di guerra ma anche i suoi gesti di pietà (un attentato incompiuto perché i bambini allora non si uccidevano); e il «dottor Khalil», abbandonato dalla madre nel disordine della fuga e poi a Beirut, vivo per miracolo a Sabra e Chatila, insomma i simboli plausibili di coloro che sono costretti alla deriva e all'approssimativo approdo.

Elias Khoury
Younes, all'inizio del film, è in coma e viene soccorso nella Beirut dell'84, proprio dal medico (o forse è solo un infermiere abile nella sopravvivenza?) che ama una guerrigliera di Habbash, Chams, dal passato atroce (un marito sadico) e che poi gli stessi compagni d'arme giustizieranno per un delitto passionale che lei compie contro l'altro suo amante combattente... La prima parte, a flashback intrecciati come un paniere mediterraneo, racconta le gesta dell'eroico Younes che, dall'età di 16 anni è costretto a prendere le armi, prima contro gli inglesi e poi contro gli israeliani, perché diventa sempre più clandestino nel proprio paese, nel proprio villaggio, tra i propri ulivi, nel proprio campo profughi di Beirut. Nella seconda parte del film, più libera e a fraseggio più sconcertante, il film diventa misterioso e a sviluppo «vegetale». E appare perfino Beatrice Dalle, in una Beirut post-bellica dove si prepara la messa in scena di un bellissimo Genet sull'eccidio di Sabra e Chatila. Il film, dopo l'anteprima mondiale a Cannes fuori concorso, e il solito giro mondiale dei festival che ha sempre contraddistinto le opere di Nasrallah, è stato distribuito in Egitto dalla Misr di Chahine in sole tre copie e durante una delle feste religiose più importanti del calendario islamico che generalmente richiudono le famiglie in casa, a guardare soap operas e serie tv. Nasrallah e Chahine, dopo l'insuccesso commerciale del film hanno raffreddato molto la loro amicizia e relazione artistica. Ma questo è stato affermato dalla stampa israeliana, che evidentemente non conosce i problemi distributivi dell'Egitto, controllato scientificamente (e non solo a livello cinematografico) dai monopoli nordamericani.  

Storia del cinema palestinese (3) Haifa, di Masharawi, con Mohamed Bakri


Questa è Haifa, o Jaffa, la città vera. Il titolo del film è invece il nomiglnolo del protagonista, il folle del villaggio 




di Roberto Silvestri 


Haifa, di Rachid Masharawi, con Mohammad Bakri, Ahmad Abu Sal'oum, Hiam Abbas. Palestina 1996


Mohammad Bakri è "Haifa"

I Turchi costruirono su queste terre solo moschee. Gli inglesi prigioni, e gli israeliani carceri ancora più grandi. Ora noi palestinesi, finalmente, riusciremo a costruirvi anche giardini?" E' la domanda, un po' retorica, un po'disincantata, un po' legittima, che ci viene da un film altrettanto retorico, disincantato e legittimo, girato nella brulla e assolata striscia di Gaza.



Baracche, negozietti "sempre in sciopero", carcasse di autobus, case provvisorie, zie antichissime che hanno i nipoti sparsi nel mondo ("è lontano il Canada?"), tutti coloro che, cacciati lì da Haifa, o Jaffa o come diavolo la chiamavano gli inglesi nel '48, sono parcheggiati nel loro nuovo "stato", affamato o meno a seconda delle lunatiche aperture di frontiera di Israele. Quel fatto ancora brucia. Qualcuno dice nel film: "la pace ci sarà solo quando Israele ci restituirà tutte le nostre case, tutte le nostre terre". E anche chi non è un fanatico della proprietà privata trova del vero in tutto questo...


Mohammad Bakri in "Haifa"
Gaza è terra che aspira all'indipendenza e alla libertà. Che vuole non solo bandiera, slogan "maschi" come direbbe Pizzul, e polizia di Al Fatah, ma possibilità di sviluppo economico e sociale per donne e uomini, eguaglianza e rispetto reciproco di qua e di là dei confini. Il vero problema che Peres e Arafat avevano il dovere di risolvere. Per travolgere fanatici, propri o altrui, senza usare una sola bomba, dal basso di un autobus o dall'alto di un aereo.




Hiam Abbas
Finanziato dall'olandese Argus Film, Rashid Masharawi, allora 34 anni, palestinese di Gaza, documentarista al secondo lungometraggio "fiction", racconta in Haifa gli avvenimenti che hanno portato alla storica stretta di mano tra Arafat e Rabin, attraverso un apologo poetico/politico ben fotografato dall'olandese Edwin Verstegen, ma troppo ben congegnato e non sempre "libero", come se l'immaginazione fosse spiata, controllata. Pellicola circospetta, attenta a non urtare la sensibilità dei vertici politici, non delle persone del popolo, anche quando radiografa il disorientamento palestinese nella magnifica scena finale del doppio corteo, gioioso e funebre, dove si mescolano sia la maggioranza che appoggia Arafat, sia la minoranza, più giovane e "idealista", più irriducibilmente nemica di ogni patto con Gerusalemme (che urla: "Al Quods deve essere la capitale della Palestina!", dove Al Quods significa, in arabo, Gerusalemme), che seguirà Hamas.


Rashid Masharawi
Mentre i bombardieri di Tel Aviv si meravigliano tuttora dell'eco internazionale dopo le loro recenti geometriche prodezze ("in fondo abbiamo seppellito sotto le bombe solo degli arabi, no?" e sottindendono "mica esseri umani", almeno così ci raccontano i giornali), anche i fanatici di Allah non scherzano e deridendo la loro religione assoldano ragazzini lobotomizzati dalla Causa e pronti a "fare il loro dovere di patrioti fino in fondo e senza chiedersi il perché", in nome di quella mistica della disciplina che scagionerebbe Priebke da ogni responsabilità.


Rashid Masharawi
Attraverso il personaggio di Haifa (come al solito perfetto, non una smorfia di troppo, Mohammad Bakri, lo ricordate in (Hanna K?), il folle del villaggio, che solo può permettersi di dire tutta la verità, Masharawi cerca di andare al di là dei luoghi comuni, delle prese di posizione ufficiali di Arafat e Hamas, ma la minestra narrativa è un po' stantia. Retate, carcere, bambini e bambine che non ci stanno alle regole degli adulti (si sente la lezione salutare di Michel Khleifi), il supporter di Arafat che è un po' imbroglione e, quando è onesto, finisce in carrozzella, perché, con quella politica, si va avanti a stento e solo se spinti...


Rashid Masharawi
Ma il personaggio peggiore è Hiam Abbas, la grande attrice di L'ospite inatteso e Il giardino dei limoni, nel ruolo di una mammina ansiosa e spoliticizzata del protagonista, una donna insopportabile che prende in giro il marito davanti al televisore, in quello storico giorno della "pace", e che cerca smaniosamente di sposare il figlio per distrarlo dalla lotta armata: irritante e ridicola se solo si paragona al livello di scontro militare sostenuto dalle donne scite nel sud del Libano e alla loro scienza della dinamite (vedi Fleur d'adjonc, di Mia Masri e Jean Chamoun), un bel misto di culinaria e balistica che trasforma le nostrane Thelma e Louise in gioconde casalinghe in ferie. Ma se bisogna riportare la donna in casa e sottomessa Masharawi esegue gli ordini...

Storia del cinema palestinese (2). Rachid Musharawi e Ticket to Jerusalem




di Roberto Silvestri



 di Roberto Silvestri

TICKET TO JERUSALEM
Rashid Masharawi. Palestina 2002

Il cinema è l'arma più forte e meno «fanatica» di resistenza. La cultura come potenza di fuoco, val più di una strage di «nemici» architettata dal kamikaze in estasi. Bomba atomica spirituale di immane potenza, oltretutto, nessun osservatore dell'Onu la scova né disinnesca. Ma lì dove non si mangia, a West Bank, Gaza e dintorni...dove non si può lavorare né circolare né commerciare, dove casa le requisiscono o le sbriciolano coi bulldozer, che senso ha proiettare film, passare lunghe ore al check-point della stella di David per raggiungere sopravvissuti e sperduti «centri culturali» e far vedere vecchi cartoon di Praga o commedie arabe rigate e saltanti, a un nugolo di bimbi vocianti e adulti terrorizzati dal coprifuoco?

Il regista palestinese Rashid Masharawi
Eppure ha senso. L'autorità palestinese non diventerà mai autonomia palestinese, senza mettere la cultura (antitesi del nazionalismo fanatico) al posto di comando. Senza imporre la legittimità delle proprie immagini (delle proprie case, olio, acqua...) al mondo come mezzo e non fine dello sviluppo. Prima che confini, dogane, porti e aereoporti funzionino e che il commercio possa partire, infatti l'idea di una Palestina in 3D ce l'hanno data - altro che «arabi iconoclasti» - film «sconfinati», «opere aperte» dal punto di vista politico, sessuale, etico e religioso. Pareva Ida Lupino come sdegno femminista invece era La memoria fertile (1980) di Michel Khleifi, che poi fece Nozze in Galilea ('86) e Cantico delle pietre ('90), ma vive a Bruxelles. E tra New York e Parigi è attivo Elia Suleiman, il palestinese dal design più moderno, umorista nero come Hitchcock.

Rashid Masharawi, che mandò Haifa a Cannes nel `95, vive invece nella striscia di Gaza e a lui si deve nel `93 Curfew, il primo «lungo» girato in Palestina da un palestinese che vive lì. Ed è proprio suo questo film da non perdere (distribuisce il Luce), Ticket to Jerusalem (Biglietto per Gerusalemme). Una scandalosa commedia, e non un `macho' pamphlet, sull'orrore palestinese. Racconta l'odissea di un proiezionista di mezza età, Jaber. Che vive in un campo profughi presso Ramallah e che, dopo aver portato film in tutto i territori della West Bank, trascinandosi spesso il proiettore sulle spalle o in carriola (per il «no» dei soldati) si mette in testa che deve proiettare nel cuore stesso della vecchia Gerusalemme, a AlQods. E tutti lo trattano da folle, perfino il suo complice nel rintracciar le vecchie e rare lampade del 35millimetri. Tranne la moglie, Sana, infermiera della mezza luna rossa, che vede l'orrore sanguinante della guerra tutti i giorni sulle sue mani e preferirebbe in realtà la diserzione, tornare in Libano, rinunciare alla lotta. Ma Jaber ha una passione folle e un disegno così preciso, ascetico e trascinante in mente (Sana a un tratto pensa si tratti di una relazione clandestina) da convincere perfino una anziana donna terrorizzata dagli ebrei ortodossi che gli hanno occupato la casa con metodi coloniali a «rioccupare» il suo ex cortile, chiamare i vicini e imporre la proiezione del film, che è anche impudente.

Yilmaz Guney, il geniale regista turco che vinse Cannes con Yol , iniziò proprio proiettando nei villaggi curdi, film commerciali, soprattutto hollywoodiani. Imparò che è il pubblico che dà swing e forza alle immagini che lo meritano. È la moltitudine della sala l'arma invincibile. E Guney (morto nell'84) sarebbe commosso nel vedere questo bel film (nonostante il doppiaggio) su un rivoluzionario errante e iningabbiabile come lui, col proiettore sulla bagnarola, in giro per «non luoghi». Un film spiritualmente alla Guney. Sulla testardaggine nel portare avanti un progetto di liberazione, personale o collettivo, contro tutti e tutto. Più che un marzulliano «i sogni ci aiutano a vivere meglio» Ticket to Jerusalem , in particolare nella scena finale, coi truci e antipatici coloni askhenaziti in alto, perplessi e incazzati, e sotto la platea di festanti filmgoer è una forte provocazione «fantasy». Che rovescia, spazialmente e concettualmente, la passeggiata sulla moschea («in alto» rispetto al Muro del pianto) del grasso amico dei razzisti di Pretoria. Masharawi risponde con una provocazione artistica non indolore. Infatti Sharon cercò di proibire proprio in quei tempi il film di Mohamed Bakri sullo scempio di Jenin e del suo prestigioso centro culturale (fondato da una comunista ebrea d'Israele) mentre i suoi animatori, definiti dai media «feroci killer di Hamas», sono chirurgicamente assassinati con una caccia che bin Laden se la sogna. Ticket to Jerusalem esce poco dopo l'altro palestinese Intervento divino di Elia Suleiman, il Keaton mediterraneo che in Francia è un hit ma la Warner Bros Italia ha nascosto subito. Speriamo non sia la sorte diTicket to Jerusalem, prodotto dalla benemerita società olandese Argus Film con il Centro Cinematografico Palestinese, solo apparentemente meno acido come umorismo e sorprendente narrativamente. In realtà commuove e sconcerta come quel capitolo sulla Grande Depressione di John Schlesinger jr. in cui lo storico statunitense resta basito nel riportare che i proletari affamati d'America dilapidavano al cinema l'intero sussidio di disoccupazione.

Storia del cinema palestinese (1). Elia Suleiman, l'esordio del 1996, tra Becket e Moretti


 






di Roberto Silvestri


CRONACA DI UNA SCOMPARSA
CHRONICLE OF A DISAPPEARENCE
Elia Suleiman, Palestina 1996


Elia, giovane palestinese, gira per le strade. E' a Nazareth per un funerale, poi andrà a Gerusalemme, al negozio Jamel. Vagabonda in questa aspra terra e sacra, ottima per i souvenir cristiani. Sta al computer. Ascolta un diplomatico francese molto esperto di politica. Ci presenta famiglia e amici, vicini e polizia. La poltrona della sua casa ha i colori di Arafat, ma non mancherà l'inno nazionale di El Quods, in arabo Gerusalemme. 
Attraverso l'inessenziale e il surreale di Israele, per la prima volta ci si scambia qualcosa di profondo sulle radici e se stessi. Come si coniugano due spazi privati: se stessi e la terra natale. E cos'è questa terra natale? Non è solo per obblighi di coproduzione (ci sono tutti anche Palestina e Israele), nè per saggezza che sfida l’ossessione delle radici che Elia (l’attore ma anche il regista del film, Elia Suleiman) ama la frase: "l'uomo che trova dolce la sua patria è un principiante, quello per il quale ogni terra natia è la sua terra è già forte. Ma è perfetto quello che vede nel mondo intero una terra straniera"....
Quando vedemmo Caro diario non capimmo sulle prime che cinema fosse. Saggistica sarcastica, autobiografia feroce, documentario polemico, non sense filosofico, finzione ironica? Quelli meno attrezzati e più invidiosi si consolarono esclamando: ma Nanni Moretti non sa girare, non è mica un buon regista! Ieri il primo lungometraggio "a soggetto" del video artista e documentarista Elia Suleiman, palestinese di New York "rientrato a casa", ci ha ricordato Ecce bombo, è stato uno dei rari shock estetici degli ultimi tempi. Cronaca di una scomparsa ci ha fatto capire che Moretti non è il solo a stare al di là di ciò che ha coscienza di fare ma che il cinema vitale che si sta praticando in questi anni nelle capitali d'immaginario, a Los Angeles, Ouagadougou, Pechino, Buenos Aires, Manila, Bangkok…,  non accetta più formine, generi, standard ereditate dal passato, o frasi e sintassi ‘fatte’. 
E' cinema in presa diretta su se stessi, che non rifiuta di guardare in faccia come stanno davvero le cose, basta che si dimostri di avere ‘convinzioni profonde’. Insomma quel ‘se stesso’ va trattato non come Narciso ma come fiore carnivoro che ci impressioni e ci seduca. 

Cronaca di una scomparsa primo lungometraggio a soggetto dopo documentari strepitosi, è l’esordio folgorante, tra Buster Keaton e Samuel Becket di Suleiman, artista scoperto da Rotterdam, che da anni ne segue le sperimentazioni video e le bellissime analisi di come è stata ed è storpiata l'immagine dell'arabo da Hollywood e dalle tv dell’occidente.