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sabato 31 agosto 2013

Un perdono molto sospetto..."Philomena" di Stephen Frears

Roberto Silvestri

Negli anni 50 e 60 la chiesa cattolica irlandese, particolarmente sessuofobica, vendeva ai ricchi magnati americani senza prole i piccoli figli 'illegittimi' delle giovani proletarie colpevoli del peggiore dei peccati e rinchiese e sfruttate e spesso fatte morire di parto in ospizi ad hoc...

The lost child of Philomena Lee, un libro inchiesta dell'ex giornalista della Bbc Martin Sixsmith, colto politico laburista d'alto rango, storico eternamente alle prese con un suo saggio sulla rivoluzione russa, costretto a dimettersi dallo staff di un ministro per disaccordi su Blair colpevole di aver scatenato la guerra in Iraq soprattutto per coprire mediaticamente altre sue malefatte, scopre il terrificante mercato a partire dal caso di Philomena, che, ormai anziana, si mette alla ricerca del figlio, avuto - peccato mortale! - fuori dal matrimonio. Un bimbo che le strapparono nel 1952, quando aveva tre anni....
Judi Dench

Raccontato così, e con tanto di flashback, sembra un film politico e indignato, alla Francesco Rosi. Errore. La sceneggiatura è così adornata di battute e pezzi d'homour nero inglese che le risate supereranno la gravità del caso e il successo commerciale della pellicola è assicurato. Anche se non mancano le scene super viste come quella tratta da Silkwood dell'inesperta che non sa che in business class aerea la Mimosa è gratis. O personaggi super tagliati con l'accetta come quello della suora sessuofobica o della novizia nera e dunque infida. 
  
Certo. Mi piace per il coraggio quando un cineasta inglese attacca il colonialismo inglese, o la chiesa di Inghilterra. Mi piace quando un italiano attacca i campi di sterminio paranazisti di Graziani in Libia o la chiesa cattolica. Ma quando unregista britannico (però metà irlandese) attacca la chiesa cattolica sa un po' tutto di semiregime, di propaganda pro domo sua, no? Sono le grandi contraddizioni etico-culturali delle cinematografie finanziate dagli stati...Però anche la Dench è per metà irlandese... 

Infatti il britannico Stephen Frears, in concorso a Venezia 70 con Philomena, un film dalla solida struttura "oxbridge", un dramma serio, ispirato a quella agghiacciante storia vera, capace di far ridere, magari a costo di replicare (scena davanti alla statua di Lincoln compresa) il giochetto tra il giornalista autorevole e la donna super ingenua e straignorante William Holden-Judy Hollyday in Nata ieri,  non solo manda in pole position per la coppa Volpi la coppia Judi Dench-Steve Coogan, attore televisivo dall'orecchio comico incredibilmente preciso, ma va al di là del normale perfido ghigno sul Vaticano ricettacolo di preti pedofili e di altri orrori Ior. 

Judi Dench e Steve Coogan
Come ci riesce Mister Frears? Regalando alla Dench, sotto lo strato della fragilità e della ingenuità più assoluta, uno strano, affascinante carattere acuminato, calmissimo perché religiosissimo e cattolicissimo. E' equilibrato, non fanatico l'ateo Frears. Tutto quel che fa Filomena per scorprire la verità su suo figlio è dettato dalla grinta inossidabile e dalla fede cattolico. Mai un pizzico di risentimento o un attimo di indignazione trapela rispetto alle suore che la sfruttarono, ingannarono, derubarono e le mentirono sempre sulla sorte del figlio (poi diventato un politico repubblicano, il braccio destro di Bush padre e di Reagan presidenti e, sempre gay nascosto, morì di aids a soli 43 anni....). In fondo fecero tutto sempre per il bene dei pargoli, no? Che ebbero così la possibilità di crescere in ambienti ricchi e ben educati benissimo, e non sulla strada. In fondo, poi, i disegni di dio sono imperscrutabili. 

Ma c'è un altro elemento di sottile fascino, che ruota attorno alle segnaletiche di irlandesità disseminati ovunque. La Guinness nera, certo. Ma anche cetre celtiche, sessualità barbare indocili alla gabbia teologica se non come surplus erotico (il fascino segreto del proibito...). Filomena vuole a tutti i costi sapere se il figlio ha mai avuto nostalgia dell'Irlanda. Di lei, certo, della madre, ma più ancora della terra madre. Questo nazionalismo esasperato e impensabile in un film non 'made in Eire' avrà la giusta ricompensa. Si vedrà la tomba del figlio di Filomena addirittura dentro il cimitero del collegio di suore che lo vendette. La patria non si dimentica. E ci viene così il dubbio che dietro i tratti da casalinga sciocca di Judi Dench si celi l'astuta raccoglitrice di soldi per finanziare la lotta armata indipendentista. E se quelle suore sessuofobiche utilizzassero gli errori delle grandi peccatrici per dare filo da torcere a Sua Maestà? Quel ghigno placido e sereno di Filomena mentre perdona dall'alto in basso le suore per i mali commessi contro dio (e non contro di lei) non me la conta giusta.  


Night Moves, il terrorista terrorizzato. I paesaggi interiori di Kelly Reichardt




Mariuccia Ciotta

Venezia

Jesse Eisenberg

Il paesaggio come narrazione, Kelly Reichardt non dipinge lo schermo, niente cartoline dall'Ovest nel suo Night Moves (concorso), forse inconsapevole omaggio al film omonimo (in italiano, Bersaglio di notte, '75) di Arthur Penn, ma una discesa nelle profondità delle immagini per scovarne la vita segreta. E' il landscape che ti guarda nei film della regista nata a Miami, studi d'arte, insegnante di cinema a New York, frequentazioni indie, sodalizio con Hal Hartley, lo sperimentalista di Amateur. Dalla costa Est, il viaggio l'allontana dalla civiltà in fermento e la spinge verso le terre lunari del West dove ha ambientato il suo splendido Meek's Cutoff (presentato alla Mostra di Venezia 2010), genere rivisto dagli occhi ipnotici di una giovane colona, su ispirazione del western esistenzialista di Monte Hellman Ed è ancora l'Oregon il set di questo eco-noir, che intreccia la poetica visionaria di Reichardt con le parole dello scrittore nativo dello stato americano, Jonathan Raymond, partner abituale della regista.

E' il luogo che domina i tre personaggi del film, Josh (Jesse Eisenberg, The Social Network), Dena (Dakota Fanning, La vita segreta delle api), Harmon (Peter Sarsgaard, Blue Jasmine), tre pen(s)osi attivisti verdi, irretiti dai boschi e dal fiume, catatonici irriducibili dell'ambiente. A che punto può arrivare l'estremismo politico? A bombardare l'Iraq? I tre si accontentano di far esplodere una diga idroelettrica, e come i Weather Underground, raccontati da Robert Redford, non mettono in conto i “danni collaterali”.

Josh lavora in una bio-cooperativa agricola, Dena è una “figlia di papà”, neo-Patty Hearst, e Harmon un equivoco ex marine a cui piace il suono delle esplosioni. Gruppetto male assortito, azione improvvisata. Ma Night Moves va al di là dalla fede ecologista dei tre, mossi dalla banalità di proclami anti-consumistici proiettati su un lenzuolo-schermo per pochi fans, e sprofonda in un thriller di assoluta perfezione. A cominciare dai preparativi dell'impresa, passo dopo passo, acquisto facile di un motoscafo, diecimila dollari cash, acquisto difficile di 200 chili di fertilizzante a base di nitrato d'ammonio, che fa boom, e non può essere venduto senza tessera sanitaria.

Reichardt pedina da lontano la ragazzina dietro il vetro del pickup dove i suoi complici l'attendono e lievita la tensione, come nel campo lungo del cottage in Intrigo internazionale. Che sta succedendo laggiù? Suspense vibrante tra le colonne di alberi scheletriti, sul bordo del fiume, nell'umidità della notte, dietro agli “ecoterroristi”, ombre mute, in missione per conto di Al Gore.

 
Sonnambuli, li seguiamo sul lago artificiale, a bordo della canoa fin verso la parete di cemento, il congegno del timer scandisce i fotogrammi, un'auto si ferma in panne e il cronometro batte il tempo sospeso. Dalla realtà materica del primo atto, Night Moves si avvia verso l'evanescente angoscia mentale e l'immagine si sgrana in bagliori e falsi piani. I contorni dell'azione si stingono, ed è il movimento interiore ad esplodere, Josh teme che Dena ceda al panico, un campeggiatore è scomparso dal greto del fiume invaso dall'acqua. Rivoluzione e sue conseguenze.

I “movimenti della notte” spostano il paesaggio dell'Oregon dentro l'anima dei protagonisti in un crescendo di pathos raggelato. I nemici non solo là fuori, ma qui accanto, pronti ad azzannarti alla gola, lezione di John Landis. O di Hitchcock con la fuga di Johsh verso la California e un Bates Motel che prende l'aspetto di un megastore di abbigliamento, camicie appese come corpi senza organi, e uno specchio ovale che riflette altri morti viventi.






Redemption di Miguel Gomes. Berlusconi prende la parola e non fa una grande figura

Roberto Silvestri

Berlusconi al Lido. A far penitenza. A cercare perdono. Fuori concorso, in proiezione speciale Redenzione, bellissimo cortometraggio di 26 minuti realizzato da Miguel Gomes, il critico-cineasta che ha conquistato la Berlinale 2012 con la sua opera terza, Tabu, ovvero il colonialismo portoghese catturato e fatto passare attraverso le forche caudine della satira e della patafisica. 

Questa volta Gomes prende di petto i moschettieri della non-Europa, i quattro fondamentalisti-liberisti che hanno sfasciato il continente, ipnotizzandolo in vari modi (uno utilizzando il bastone e il burlesque) e sottoponendolo così alle torture del Fmi e della Banca Mondiale, attaccando i livelli di vita e le strutture di resistenza (partiti e sindacati) delle classi lavoratrici, impedendo ai 27 stati Ue (Grecia compresa, per carità?) di avere una politica estera omogenea, una autorevolezza internazionale e una forza culturale adeguata alla difficoltà economico-finanziaria della congiuntura. 

Ma Gomes non spezza lance, non fa satira al vetriolo, non urla proclami insurrezionalisti, non incita alla rivolta e alla rivoluzione, non vuole la messa al bando o la non elegibbilità perenne di chi ha governato negli ultimi maledettissimi dieci anni... 

La sua cattiveria è più rafffinata, i suoi denti, affilati come quelli di un coccodrillo, sono abilmente nascosti. Non fa niente di quello che ci potrebbe aspettare. A Pedro Passos Coelho (Lisbona), Silvio Berlusconi (Roma), Angela Merker (Berlino) e Nicholas Sarkozy (Parigi), i paladini della destra sfascista, viene lasciata addirittura la parola. E non quella pubblica ma quella più seducente, quella che traduce i ricordi più intimi e privati. E il quartetto diventa così  protagonista (invisibile) di un film racccontato in prima persona singolare maschile. Sono i narratori, le voci di un poema in quattro blocchi che finge di penetrare nei ricordi d'infanzia, per accompagnare alcuni passaggi chiave delle rispettive nazioni (imperialismo, ricostruzione economica, socialismo reale, gaullismo....) attraverso flash autobiografici del tutto finti, ma spalmati su autentici e rari materiali di repertorio. 

Il 21 gennaio del 1975, in un villaggio del Douro, un bambino scrive ai genitori in Angola per dire loro come è triste il Portogallo. Il 13 luglio del 2011, a Milano, un vecchio ricorda il suo primo amore. Il 6 maggio del 2012, a Parigi, un uomo dice alla figlioletta che non sarà mai un vero padre, ma la riempirà di regali e la farà studiare nei migliori istituti. Durante una cerimonia nuziale, il 3 settembre del 1977, a Lipsia, la sposa lotta contro un'opera di Wagner che non riesce a togliersi dalla testa, perché amare Wagner non è degno di un comunista (in effetti Wagner fu un rivoluzionario del 1848, e sicuramente tutti i Pc del mondo - parola di Marx - avrebbero fatto i pompieri e ipotizzato un bel compromesso storico con prussiani, zar e Imperatore d'Austria).

Siamo, come vediamo, nel territorio dell'inverosimile plausibile. Del mockumentary, cioé del documentario ingannevole che attraverso l'imbroglio ci avvicina di più a come stanno veramente le cose (mentre quegli stessi politici attraverso l'inganno e il controllo dei media, chi più chi meno, sanno come mistificare la verità). Perché il passato coloniale nefasto del leader dei socialdemocratici portoghese (che sono la destra), la Milano della Resistenza che intimorì Silvio, la Ddr che ha guastato Merkel e la Francia in Algeria che ha iniettato sadismo in Sarkozi, diventano una complessa lezione di storia comparata a doppia articlazione (parola da una parte, stile oratorio, veleni invisibili...; immagini che si svincolano dalla segnaletica forte, e aspirano al senso in più)  che dovrebbe girare nelle scuole del continente (in Italia il Luce ci assicura la distribuzione, ma sarà vero?) anche perché si avvale di strumenti didattici d'eccellenza, gli spezzoni ben montati dell'Archivio Nazionale delle Immagini in Movimento di Lisbona che il governo Coelho sta cercando con destrezza, non a caso, di chiudere (proprio come sta cercando di fare con la Filmoteca di Lisbona). Il procedimento è l'opposto di quello utilizzato, per esempio dai prestigiatori Squitieri e Sokurov, per nascondere i crimini politici dei dittatori di destra (Mussolini e Hitler), scegliendo la chiave privata di Claretta o di Moloch per una più o meno seducente opera di revisionismo storico. La soggettiva forzata di Gomes penetra nell'immaginario malato d'Europa, che non è solo quello del nostro poker, ma purtroppo anche quello dei loro rispettivi leader d'opposizione. L'Europa ha bisogno di liberarsi di tabù, psicosi e nevrosi collettive, attraverso terapie intensive dolorose ma inevitabili. Sono pochi i cineasti, gli artisti, i poeti che si potranno permettere, alla fine del ciclo terapeutico, di perdonare. 

Un documento distribuito da Gomes in concomitanza con la proiezione in prima mondiale del film ci racconta due o tre cose utili per capire la politica del governo Coelho (che non solo è primo ministro, ma anche ministro della cultura, visto che il ministero è statao soppresso). Rispettoso delle posizioni filo-multinazionali dell'ex maoista Barroso, Coelho ha chiuso tutti i programmi di sostegno alla realizzazione di film in Portogallo. Sarà il neonato Istituto del Cinema a sostenere i film lusitani attraverso un fondo autonomo alimentato dai contributi finanziari versati per legge dai provider di televisione via cavo in Portogallo (come Canal Plus in Francia e, se il governo Letta seguisse questo modello, Sky). La legge è stata approvata 18 mesi fa. Ma i provider non pagano una lira. E nessun magistrato interviene (mancanza assoluta di toghe rosse? Lisbona potrebbe essere terra d'asilo di chi sappiamo?). Gomes così fa i nomi e i cognomi delle aziende malfattrici che nessun organo superiore europeo riesce a mettere con le spalle al muro: Zon Audiovisivo (oltretutto posseduto per il 28,8% da Isabel dos Santos, figlia del presidente dell'Angola), Optimus, Portugal Telecom, Vodafone Portugal, Cabovisao....Tutte società che controllano distribuzione cinematografica, i canali tv pay per view e cavo, Internet, linee telefoniche e telefonia cellulare. Insomma fanno cartello. Non pagano le tasse. I 12 milioni di euro che avrebbero finanziato i film di de Oliveira, Gomes, Pedro Costa, Botelho, Villaverde, etc...l'Archivio, la Cineteca, la sperimentazione, i cartoon, le scuole di cinema non arriveranno mai. E anche se i socialisti dovessero vincere le prossime elezione ci assicura Gomes: "se ne stanno comodamente seduti in disparte, mentre accade tutto ciò".      

venerdì 30 agosto 2013

The Canyons. Il cinema si chiama Paul Schrader.Joe e La moglie del poliziotto


Lindsay Lohan
Mariuccia Ciotta

Venezia

Il cinema è tutto nel mirino di Paul Schrader, produttore, regista, critico cinematografico e nel suo Canyons (fuori concorso), lussuoso omaggio zero budget alla New Hollywood e ai quei cinema romantici con il frontespizio triangolare dove scorrevano i titoli al neon. Fotogrammi in bianco e nero di uno di questi monumenti al 35mm (“cos'è?” chiede un quindicenne nel film di Sono Sion) intercalano la storia scritta da un altro teorico del “trascendente” Bret Easton Elllis (American Psycho). Noir su noir, i due autori compiono slittamenti semantici dal “genere” anni '40, oggetto di un insuperabile saggio del regista di American Gigolo, alla morte del grande schermo per mano di quelle telecamerine invasive di cui Schrader si ricopre passeggiando per Manhattan nel suo corto per i 70 anni della Mostra. Nulla in contrario al digitale e al web, il cineasta interviene all'incontro stampa a fianco di Easton Ellis, ma certo le rivoluzioni generano caos, almeno all'inizio. Anche se da Internet e da un sito per progetti creativi e indipendenti sono arrivati i dollari per Canyons, durata delle riprese una settimana.

E dunque ecco Los Angeles perlustrata in ogni suo set leggendario, scandita dalla Sunset Plaza a Venice, da Westwood a Santa Monica, da Melrose alle colline di Hollywood con le sue gettate di ville faraoniche, meta dei turisti, visita alle dimore-mausolei dell'era d'oro del cinema. Ed ecco divi e divine ridotti a ectoplasmi, gonfi di nostalgia e di altre sostanze psicotrope come si vede dalla faccia di Lindsay Lohan, l'attrice più ricercata, dalla polizia. Le sue foto, di fronte e di profilo, infestato le riviste di gossip, ritratti della multicarcerata per violazione del codice stradale e per risse in stato di alterazione alcolica. Nessuna meglio di lei, un tributo alla Marilyn degli Spostati, dichiara Schrader, poteva interpretare il personaggio della disfatta Tara, ex aspirante attrice, finita nelle mani sporche di Christian, produttore di infimi filmetti web, interpretato dal vero campione del porno James Deen, amato dalle adolescenti che ne apprezzano i caldi virtuosismi sessuali in Rete.

Nessuno più ricorda il visetto bambino di Lindsay sdoppiato nelle gemelle di The Parent Trap (Genitori in trappola, '98), remake Disney del mitico film con Hayley Mills di David Swift (Il cowboy col velo da sposa, '61) e il seguito sempre in casa di Mickey Mouse, Herbie il super maggiolino (Herbie Fully Loades, 2005). Carriera deviata verso Scary Movie 5 e lo schedario della Lapd. Schrader la vuole icona del suo poema nero sul cinema in disfacimento in mezzo a una trama incrociata di gelosia e vendetta con lei ridotta a dar spettacolo erotico per voyeur solitari, carne in mostra per l'onanismo da tablet. Perché l'alternativa al gioco domestico del suo “produttore” amante con piscina, possessivo e compulsivo smanettattore hi-phone, sarebbe la sua precedente vita accanto a un ragazzetto disneyano, anche lui, però, irretito dalla voglia di successo, all'oscuro della fine del cinema e pronto a prostituirsi per una particina.

Schrader omaggia Brian De Palma, come lui espulso dalla macchina blockbuster e costretto a finanziamenti esili (ed europei) per l'ultimo, bellissimo Possession, riflessione matematica sul cinema perduto attraverso un'altra storia nero-erotica. E mima Vestito per uccidere con il suo James Dean-Deen che indossa tuta e guanti neri per trucidare una bionda. Nella magnifica fotografia di John DeFazio a colori pop, la città degli angeli dispiega la sua malinconia bellezza, e segue la videocamera ubbidiente alle traiettorie del regista che sogna quella sala buia con le insegne a luce intermittente.

Philip Groning, autore tedesco di Il grande silenzio, documentario estenuante (162') sulla vita in convento, tenta ancora un “film estremo”, quasi tre ore, con La moglie del poliziotto (concorso) diviso in capitoli di due o tre minuti l'uno, una specie di corsa ad ostacoli per l'occhio dello spettatore, costretto a un lavoro di montaggio in diretta al seguito della vita domestica di una giovane coppia con bambina nella religiosa provincia bavarese. Ogni frammento è chiuso dalla scritta “fine del capitolo 1” e dal seguente “inizio del capitolo 2” in un lento susseguirsi di moduli narrativi che, dice il regista, fanno da avvertimento a chi guarda: attenzione all'anima delle cose, soprattutto della bambina minacciata dal crescendo di violenza del dolce papà afflitto da un'impotenza sentimentale. La “preghiera” di Groning si articola in tanti fioretti, bimba che impara a far germogliare le piante, metafore della vita interiore, bimba che impara ad apprezzare perfino il padre cattivo, picchiatore della moglie, alla quale urla : “Sei tu la base della mia logistica”.

Lo stile rigoroso e “spirituale” di Groning rischia l'autoritarismo dello sguardo. E viene in mente, purtroppo, Jerome K. Jerome in Tre uomini a zonzo, viaggio in bicicletta nel paese di Groning, quando descrive i tedeschi, ciecamente perfezionisti , tutti in fila, dalla fine del primo capitolo all'inizio del secondo. Molto “logicistici”. Molto devoti. Era il 1900, e Jerome spaventosamente prevedeva l'attitudine teutonica all'ordine del '33.

Sorprendente Joe del 38enne David Gordon Green (vincitore del Torino film festival 2000 con il debutto George Washington) che entra in gara con una istantanea sul Texas, dove è cresciuto. La sorpresa è nel giro a vuoto di un film emozionalmente ambizioso che si disgrega fotogramma dopo fotogramma dopo un affondo sul degrado di un postaccio ai confini del nulla con un Nicholas Cage come sempre allibito. Impariamo però che i commercianti di legname abbattono illegalmente gli alberi dopo averli avvelenati, e ripiantano alberelli più robusti per più pingui incassi, evento che costituisce l'happy end del film, dove si susseguono scene di repertorio del genere, alcolizzati, bruti, cani cattivi, puttane, mogli e fidanzate oppresse. E dove il macho sfida l'altro macho fino alla resa dei conti. C'è qualcosa di marcio nel Texas.









L'infermiere di notte. Bruce La Bruce e il gagà

Roberto Silvestri

Gerontophilia di Bruce La Bruce, con Pier-Gabriel Lajoie, Walter Borden, Katie Boland. Canada. Giornate degli autori

Prima della proiezione del film inaugurale della sezione, elogio sperticato di Paolo Baratta alle Giornate degli autori che hanno avuto il merito - secondo il presidente della Biennale tutta -  non solo di ampliare l'orizzonte geo-culturale della Mostra ma anche di innalzarne la qualità, come è provato dall'interesse della stampa estera. Inoltre. Ci sono i soldi, ormai. Il rifacimento della sala Darsena è cosa fatta. Dal prossimo anno dal punto di vista della comodità e della qualità tecnologica questa sala sarà impeccabile come la Sala Grande e cancellando per sempre ogni residuo selvaggio dell'Arena che fu, un tempo, inappellabile sede del giudizio 'popolar-internazionale' sui film veneziani (Mimmo Rafele ne sa qualcosa). Anche perché è un più lontana dall'amianto. 

Intanto alle Giornate del cinema sembra crearsi una spaccatura psicofisica e ritmica tra il 'blocco anziano' dei padri fondatori (Anac di Citto Maselli ma anche i Cento Autori per come sono diventati) e il gruppo rottamante che di fatto si occupa della scelta dei film. Giorgio Gosetti, sempre più giovane di spirito, che lo coordina,  vuole separare, anche nella testata - lui la chiama sempre, carnevalisticamente, 'Venice Days' - la sezione sia dagli incontri 'istituzional-politici' annessi, sia dalla cappa quaresimale che l'ha concepì come ultima base di resistenza del 'cinema impegnato' e contenutisticamente edificante. Ma ci deve essere anche un po' di autoironia in questa rottura fin troppo esibita. Anche, forse, del feticismo, della gerontofilia. Infatti.
  
Ovazione di una sala grenita per Bruce La Bruce, il regista canadese - e scrittore/fotografo di moda/produttore/fanzinaro - di altri 12 gay-movies (Hungry Hills, Toronto Stories, The resurrection of Tony Gitone...), considerato un regista cult perché come molti cineasti canadesi  del Quebec nei suoi film prende programmaticamente a staffilate, attraverso una riflessione tra porno e arte, il conformismo, il consumismo, il cattivo gusto Usa, i falsi miti, il divertimentificio commerciale, il 'logo' (perfino quando è paradossalmente la connazionale Melanie Klein a incorporarlo) sapendo di disporre già in partenza di un acculturato pubblico di plaudenti radical chic (che sono sempre meglio dei conversative chic, comunque). Insomma un Denys Arcand, lievemente più punk. 


Qui, inaugurando Venice Days, racconta la love story omosessuale tra Lake, un giovanissimo ed efebico infermiere di notte (Pier-Gabriel Lajoie), che è attratto dalle persone anziane e dalla loro pelle non più liscia, anzi sensualmente raggrinzita, che feticisticamente disegna, e si comporta proprio come Gloria Guida o Edwige Fenech per dargli estremi (in tutti i sensi) piacere. E un suo paziente particolarmente eccentrico, Mr. Peabody (Walter Borden), dandy mulatto col foulard, giocatore e bevitore di gin a 50° accanito, il cui sogno non è morire all'ospizio, anestetizzato da sostanze poco psicotrope e circondato da paramedici ipocriti e narcotrafficanti, ma scappare e rivedere, un'ultima volta, l'Oceano Pacifico.

Dal Quebec a Vancouver i chilometri sono tanti, ma Lake, in un crescendo di passione e gelosia, e il suo espertissimo e insaziabile amante, fuggono in macchina con l'aiuto della ex fidanzata Desirée (Katie Boland). Una ragazza che lavora in una libreria super chic, così ostinatamente e cerebralmente dalla parte delle donne più rivoluzionarie di tutti i tempi, da stilarne una sua classifica segreta, certo di didascalico interesse (cosa bisogna fare per educare il pubblico giovane che non legge più un libro!) ma anche di sulfurea precisione. Dopo lo schock iniziale infatti non appoggia ma comprende la scelta radical-gay di Lake e soprattutto l'eccentrica deviazione off off, estremamente 'rivoluzionaria'. Sulla linea della vita e delle opere delle varie Yoko Ono, Lizzie Borden, Angela Davis, Ulrike Meinhof, Gudrun Esslin, Diamanda Galas, Marianne Faithful, Margaret Atwood, le femministe e lesbiche canadesi tutte e... Winona Ryder. Perché Winona Ryder? Le chiede stupefatto il perbenista Lake. "Perché chi taccheggia, oggi, è antisistemico". Lake non capisce la differenza tra rubacchiare come mania e rubaccchiare per fondare partiti e giganteschi sistemi mediatici reazionari.....
Pier-Gabriel Lajoei e Walter Borden in Gerontophilia 

Il film è molto romantico. Ozpetekkiano, quasi. Però il capovolgimento salubre che attua tra checca anziana e 'nipotini' appresso, dell'iconografia tradizionale e lolito adescatore di old fashion men è istruttivo e salutare. E fa venire in mente la storia d'amore dell'anziano scrittore inglese Christopher Isherwood (scrisse Cabaret) raccontata anni fa dal suo amante sedotto minorenne, e guarda caso pittore, disegnatore come Lake (e come Alba Rohrwacher, lesbica fumettara punk in Via Castellana Bandiera) nel documentario di Guido Santi (italiano di Los Angeles). I documentari che sbriciolano i luoghi comuni e i taboo arrivano prima dei film. I film anticipano l'opinione pubblica. Speriamo che il popolo critico della Mostra, istruita dalle Giornate degli Autori, anticipi il buon senso.Anche perché il film mantiene, come paracadute, qualche bella vecchia idea forza del buon tempo antico. Per esempio non c'è donna che sia sopportabile (la mamma di Lake, l'attrice Marie-Helene Thibault, su tutte). Le rivoluzionarie? Peggio che andar di notte. Ancora uno sforzo, Bruce, per essere meno misogino. Un' ultima notazione. Nel film si parla inglese e francese, come ovvio in un film canadese. Meno ovvio in un film del Quebec (solo francese in genere). Meno ovvio in un film dell'Ontario (solo inglese, in genere). Gay è transculturalità. Mescolanza, bastardaggine. Non multiculturalità, cioé separazione, identità sotto vuoto spinto, tradizione nel peggior senso possibile. Viva la transculturalità. Il Canada se ne avvantaggerebbe.

giovedì 29 agosto 2013

Tracks, il National Geographic va in Australia


Mariuccia Ciotta

Venezia

Mia Wasikowska


L'essere umano solo nell'immenso spazio, popolato di stelle come in Gravity, film d'apertura della Mostra di Venezia n.70, magnifico universo in 3D che ingloba lo spettatore in una bolla liquida, o immerso nella sabbia arida dell'Australia, secondo Tracks (concorso) del regista newyorkese trapiantato a Sydney John Curran.

Il viaggio esistenziale è già un leit motiv della rassegna veneziana, e L'arte della felicità, il cartoon di Alessandro Rak si allinea alla tendenza, microcosmo un taxi. Sintomo dei tempi: individuo scollegato dai suoi simili e collegato con l'universo on line. Deserti. Perdersi nelle neverland.

Da Gerry di Gus Van Sant a La prigioniera del deserto di Raymond Depardon, con Sandrine Bonnaire ostaggio di una tribù nomade del Sahara. Robyn Davidson (Mia Wasikowska, Alice in Wonderland di Tim Burton), però, è solo prigioniera della sua mente e dei suoi assolati flask-back di bambina privata della madre suicida e del suo amato cane, la cui soppressione le viene annunciata in simultanea da un padre tenero come i coccodrilli che ama cacciare in Africa.

E' una storia vera, Tracks, bestseller 1980, raccontata in prima persona da Robyn Davidson, venticinquenne da record dei primati che nel 1975 partì da Alice Springs, città al centro dell'Australia, e percorse a piedi 2700 km fino all'oceano indiano. Con lei, il suo cane nero Diggity e tre “camels”, così in originale, cammelli nella traduzione italiana, mentre i giganti lanuginosi sono dromedari di origine afghana introdotti nel continente aussie nel 1800 e poi inselvatichiti quando i camion ne presero il posto sulle strade impervie della regione.

Negli anni settanta le quattro ruote vanno spedite, ma Robyn è alla ricerca di se stessa, odia la metropoli e preferisce domare le bestie selvagge e partire verso l'ignoto. L'esile Mia Wasikowska vanta un caschetto di capelli tagliati ad arte e striati di colpi di sole che preferisce non coprire con il cappello nei sei mesi di marcia sotto l'astro di fuoco. Niente occhiali scuri né crema antisolare, solo i suoi sacchi di provviste e un giaciglio per letto, il tutto montato sugli enormi animali, seguiti da un piccolo dromedario, l'unico a pretendere generi di comfort, quattro stracci avvolti sugli zoccoli, la terra scotta. Scontrosa misantropa, Robyn attraversa il bush con una sola espressione enigmatica, e incontra sul suo tragitto qualche lupo solitario a due gambe ma nessun dingo, che pure infesta la zona del massiccio roccioso Uluru, icona australiana e luogo sacro aborigeno. Ribattezzato Ayers Rock dagli inglesi, il monolito dai magnifici colori cangianti è stato protagonista di Un grido nella notte di Fred Schepisi, storia vera di Lindy Chamberlain (interpretata da Meryl Streep) accusata ingiustamente dell'assassinio della sua bambina di due mesi, strappata alla culla da un cane del deserto. Nessuna emozione, invece, infrange la spedizione estrema di Robyn, seguita controvoglia (di mese in mese) da un molesto fotografo di National Geographic, Rick Smolan (Adam Drive, noto per la serie Hbo, Girls), incaricato di documentare l'impresa in cambio di 4.000 dollari, finanziamento necessario per il viaggio.

I paesaggi maestosi, una luna gigante, tramonti e albe in una rarefazioni di immagini che rischiano l'effetto patinato del reportage detestato dall'intrepida nomade. In più, Tracks tocca punti sensibili della storia australiana con la leggerezza di uno scatto da copertina. A cominciare dagli aborigeni, ai quali Werner Herzog diede la parola in Dove sognano le formiche verdi ('84), scontro tra nativi e proprietari di miniere nel mezzo di un territorio desertico. Qui, al contrario, gli aborigeni fanno da sfondo etnico, arruffati “primitivi” accoccolati intorno al fuoco a mangiar vermi, conigli impellicciati e canguri, che guai se a scuoiarli è una donna, tanto che Robyn, sola nel nulla, rinuncia alla cena, in omaggio alle tradizioni più oscurantiste. Stessa cosa di fronte alla castrazione senza anestesia del dromedario maschio, troppo aggressivo le spiega l'allevatore afgano, che le consiglia di sparare senza indugio a ogni “camel” selvatico, cosa che avviene senza la (nostra) certezza che sia solo fiction.

Insomma, John Curran (esordio multipremiato con Praise, '98, l'ultimo lavoro è Stone, 2010 con Edward Norton e Robert De Niro) mantiene uno spirito newyorkese e non ci dice, al di là della sinfonia per immagini, il senso della vita riscoperto da Robyn Davidson sulle rotte di una via esiziale per il più rude dei Crocodile Dundee. Cosa ha scoperto nei sei mesi di esilio tra terra e, cielo? Forse Robyn ha ridisegnato la mappa, accuratamente segnata tappa dopo tappa, di un paese ancora suddito della regina d'Inghilterra? Un paese abitato da inglesi “bastardi”, senza grandi diritti, come ben sa il primo ministro Bob Hawke, leader del partito laburista, “licenziato” da Elisabetta nel 1991, l'unico che promise agli aborigeni il divieto di scalata turistica del monte sacro Uluru, e fu sbeffeggiato dalle compagnie di viaggi. Un paese che aspira a sognare, e non si accontenta delle formiche verdi.






"L'inferno di Dante". Apre il concorso di Venezia 70 "Via Castellana Bandiera" esordio della scrittrice e drammaturga Emma Dante

Roberto Silvestri

Via Castellana Bandiera di Emma Dante, con Elena Cotta, Emma Dante, Alba Rohrwacher. Italia 2013. In competizione
 

E' proprio "L'inferno di Dante", commenta alla fine del film, mentre il pubblico applaude, il decano francese della critica Positif Michel Ciment, azzardando in italiano un gioco di parole su Alighieri e Emma Dante, aggiornato nell'epoca dell'Imu sulla prima casa. Battuta niente affatto  gratuita, visto che attraversiamo e ammiriamo, nella prima parte del film due spazi urbanistici antitetici. La morsa barocca della Palermo multistratificata di Villa Igieia, del cimitero dei Rotoli, e della chiesetta di San Ciro a Mare Dolce (i luoghi che la scrittrice e drammaturga Emma Dante non ha mai voluto abbandonare). E, contemporanemente, la Palermo della morsa mafiosa, William Friedkin la chiamerebbe : "Il braccio violento della Legge", compresa l'autostrada dall'aeroporto dove hanno fatto saltare in aria, vantandosene, "quella fogna di Falcone" e delle speculazioni selvagge e indolore. Le due Palermo che si affrontano ogni giorno, una contro l'altra. Non tutti i migliori siciliani sono dunque emigrati... Letizia Battaglia, Emma Dante, Ciprì e Maresco, Battiato (anche se mal provocato) restano. E una delle due Palermo sembra stia morendo, magari risucchiata da organizzazioni criminali più moderne ed efficaci nell'interpretare la globalizzazione di epoca Versace, Gucci, Pucci....
L'Inferno di Dante, dunque. E non è questione di simboli e metafore. Come la Mercedes di Ciprì. Sono fatti. Piccole cose insignificanti dai grandi significati. E' il cinema, no?
E in quale il Girone stiamo? In un 'burb' di Palermo, una favela immaginaria-reale sotto il monte Pellegrino, dietro l'Ucciardone, in una 'Via Castella Bandiera' (che esiste davvero, ma che la scenografa Emita Frigato ha impercettibilmente delocalizzato e via via deformato) rampicante e brulicante di 'brutti, sporchi e cattivi' cui è sottratta anche la benedizione populista, e dove non passa che una macchina sola: e che l'altra, 'jus soli' coniugata alla reazionaria, faccia retromarcia. Impossibile uscire dal girone. Troppa la povertà (soprattutto di immaginazione).
Quale è la temperatura? Afosa, superumida, infernale...una domenica di scirocco che se non ti butti in acqua muori o impazzisci. 
Quale è il peccato? Le 'corna dure'. L'ostinazione. La tradizione. Il fondamentalismo delle radici e della subcultura della proprietà privata.
Elena Cotta
Quale l'eresia? E' un inferno per sole donne. Un dramma di donne, che finirà con una sfida all'ultimo colpo di clacson, all'ultimo sangue, all'O.K.Corrall - in stile Sergio Leone o Allan Dwan - con tanto di scommesse, quote e bookmaker all'inglese, del vicinato. 
I duellanti? L'anziana Samira (Elena Cotta, che ha i capelli come Casaleggio) e la più giovane Rosa (Emma Dante, dalle espressioni che non hanno mai un inizio un centro e una fine), indocili a ogni sopraffazione, a costo di morire. 
Emma Dante (a sinistra) e Alba Rohrwacher
Dice Samira. Qui è casa mia, non mi sposto neanche morta. Replica Rosa: qui era casa mia molto prima che tu arrivassi, non mi sposto di certo. Come se recitassero, incorporandole, parti altrui, la tragedia dell'identità, del più 'macho' del 'macho', dell'italiano vero contro l'italieno, il forestiero, lo straniero. Come animali le due donne delimitano il proprio territorio inviolabile, a tracce di pipì. Come supereroi resistono al sonno, alla sete, alla fame. Due 'siciliane', oltretutto, in stato di allarme. L'inferno è nel mondo, non abita solo qui.  
Palermitana, solo di adozione, è infatti la prima, che viene da Piana degli Albanesi, la 'Stalingrado della Sicilia', dove è imperituro il culto di Enver Hoxha, ed è impazzita per la morte prematura della figlia che onora ogni domenica al cimitero; e ormai è una forestiera anche la seconda, che si è trasferita in continente da anni, ma che bambina, alle pendici del Monte Pellegrino, prima che venissero così maldestramente edificato e 'imbrattato', aveva proprio lì, in quella via Castellana Bandiera, il suo rifugio segreto, e come vicino di casa il 'genius loci'. 

Simmetrici i destini.  Samira accompagna controvoglia tutta la famiglia a casa, dopo una defatigante giornata al mare che ha drogato tutti di jodio puro. I bambini e le bambine, sovreccitate, si fanno anche di birra. Rosa accompagna al matrimonio di un amico, litigando continuamente, fino all'esasperazione e alla virtuale rottura, forse per gelosia, l'amante Clara (Alba Rohrwacher mai come questa volta partigiana della sua parte, metà nera metà bionda, metà estroversa metà oscura), dal tatuaggio conturbante che pare disegnato da Brus, e che fa una baronessa dimezzata, di mestiere illustratrice, una fumettara che non la smette di fare schizzi a matita dei suoi piedi e della sua donna, che "ha bellissime gambe, un bel culo ma soprattutto dei magnifici seni".  Un personaggio lontanamente autobiografico, Rosa, che Emma Dante ha tratteggiato e poi ap
Emma Dante e Alba Rohrwacher (destra)
profondito in un romanzo omonimo del 2008.

Le due testarde, indocili al buon senso e alla gentilezza, si fronteggeranno con le loro automobili (Panda contro Multipla) in quel vicoletto-budello in salita (o in discesa), provocando spintoni, parole grosse, risse, smottamenti, ferimenti, prima di restare, nel buio della notte, sole, ferme e 'mobili' come erano le donne delle antiche canzonette. Padrone del sistema simbolico. O solo 'gestanti' di un sistema simbolico sempre patriarcale? 
 
Emma Dante e Elena Cotta (a destra)

Ovvio che il film cresce, la suspense è innestata, si va verso un baratro cruento, nonostante i tanti freni a mano attivati per uscire dal format film d'arte/telefilm: lo stratagemma del coro (le vicine, il 'camorrista', i Calafiore capitanati da un grandissimo Renato Malfatti, l'intero quartiere che sfila sui titoli di coda...) serve a separare il sonoro dal visuale, e a spostarci più sul piano tattile, gustativo o olfattivo. Tanto più che il duello è muto. Che Samira è pressoché senza battute e Rosa si irrigidisce nel silenzio più tattico. Finalmente, come sognava Artaud, un cinema parlato che è densità sonora anarchica oscura e inespressa e non un sistema mercantile congegnato per uccidere con la parola l'immagine e viceversa. Qui ci si scontra con la morte. Non c'è nessuna trattativa, nessun patteggiamento, nessun accordo clandestino sottobanco stato-mafia.

mercoledì 28 agosto 2013

Gravity. La Mostra di Venezia vola nello spazio profondo di Alfonso Cuaron



Sandra Bullock "Gravity"
Mariuccia Ciotta

Venezia

Mostra n. 70, cinema ibrido non più classificabile per generi. Né documentari, né animazione, né “classici”, barriere infrante, e non da oggi. Eppure c'è ancora chi si meraviglia e si congratula per i due titoli firmati da Gianfranco Rosi Santo Gra, e da Errol Morris The Unknown Known in concorso, il primo un giro di valzer sul Grande raccordo anulare, nello spirito di Renato Nicolini, al quale il film è dedicato, l'altro un “ritratto” dell'ex complice di George W. Bush nella guerra in Iraq. L'unico inconveniente del cinema ispirato a “una storia vera” è che l'ex criminale segretario alla Difesa sarà presente qui al Lido.

E qualcuno si stupirà anche di Hayao Miyazaki in gara con il suo Kaze Tachinu (The Wind Rises), 126' di “cartone animato” sull'aviazione nipponica ai tempi della seconda guerra mondiale, e disegnato a mano dal creatore di Totoro, che evoca anche lui una “storia vera”, quella del padre, costruttore di motori per aerei kamikaze, e dunque sospettato di simpatie per Hirohito, mentre si conosce la cultura marxista del grande regista giapponese, estremo avversario di Abe, primo ministro atomico e guerrafondaio di Tokyo. Non un film d'animazione “per soli adulti”, altro genere in disuso, come ci tiene a specificare il napoletano Alessandro Rak, autore di un pensoso e raffinato L'arte della felicità, che apre domani la Settimana della critica.

Infine, i “classici”, ovvero una retrospettiva random, tanti, quasi 30, titoli restaurati “senza filo logico” (non ne sentiamo il bisogno). Al pregevole “cofanetto” George Cukor di Locarno si affianca la pioggia veneziana di Alberto Barbera e delle cineteche di mezzo mondo, senza barriere geografiche e d'autore.

Sfilati ai critici i “territori protetti”, lo spazio si apre all'interpretazione e alla sospensione di sé, come accade nel film portabandiera di questa edizione transgender, Gravity, fuori concorso, prodotto, scritto, diretto e montato dal cineasta messicano internazionalista, Alfonso Cuaròn, che ha osato la composizione per immagini di Charles Dickens in Paradiso perduto, omaggio allo scrittore inglese, inventore del montaggio parallelo per parole e visioni.

2001 Odissea nello spazio incontra Alien... Cuaròn pensa anche ai fotogrammi in dissolvenza di Brian De Palma, quando in Mission to Mars, Tim Robbins svanisce lentamente nel vuoto nero dell'universo, scollegato dal legame con la realtà, e al protagonista di Radiazioni Bx: distruzione uomo di Jack Arnold, su magico testo (Tre millimetri al giorno) del genio appena scomparso Richard Matheson. La morte è abbandonarsi alla notte, fondersi con il nulla o con lo schermo scuro di un film finito, dove il sogno non si può più sognare, e neppure George Clooney potrà tornare in scena a dettare i comandi giusti a Sandra Bullock, unica superstite di uno Shuttle colpito dai frammenti di un satellite per telecomunicazioni distrutto da meteoriti. Le autostrade del cielo ingombre di macchine disintegrate, discariche di monili tecnologici alla deriva sono l'aldilà violato dalla corsa alla conquista di un impero liquido dei due astronauti, Ryan Stone (Bullock) e Matt Kowalski (Clooney), fluttuanti nel vuoto senza gravità, naufraghi in cerca del pianeta dove abita dio, indirizzo mancato dal Ridley Scott di Prometheus. “Kowalski!” il richiamo rimbalza dal set di Un tram che si chiama desiderio al dark profondo dove si perde il desiderio di vivere e dove nessuno risponde al jingle “Houston, abbiamo un problema”.

“Tutti devono morire, ma io morirò oggi” sussurra al microfono Sandra Bullock, collegata con un radioamatore cinese, ignaro e scherzoso terrestre circondato da cani e bambini, mentre lei si eclissa nel confine della vita eppure convinta che lassù c'è uno sguardo rivolto a quell'oggi, istante folgorante del passaggio dalla luce al buio. Viaggio a ritroso, fin dentro le tenebre del non essere, e ritorno. Il nastro si riavvolge e Cuaròn ci inebria di potere immaginifico, filma la “nuova nascita” affidata metaforicamente ai cavi che continuano ad avvolgersi e a svolgersi, legami ombelicali con la tuta degli astronauti, in un alternarsi di “immagini movimento” e “immagini tempo”, da Abissi al trascendente, dal gigione Clooney, armato di buffe storielle autoreferenziali, al mondo rarefatto ed emozionale nella sua assenza di frontiere, globo interattivo di navicelle spaziali, ciambelle di salvataggio russe, cinesi e americane, gioco di ruolo spaziale per il dott. Ryan, una Sigourney Weaver inseguita da alieni ben più rapaci, le ombre dell'esistenza. E sarà un'Eva dal paradiso ritrovato che imprimerà la sua prima orma sulla Terra.







martedì 27 agosto 2013

L'arbitro, quando era bianconero, apre Venezia 70

Roberto Silvestri

L'arbitro e il palazzinaro. Un film sul calcio semipastorale di provincia e sul 'grande calcio' della Lega Europea (quella che Platini sta conducendo nei verdi pascoli del superbusiness), che, per il capriccio del destino, si ritrovano fusi insieme nell'orestanese più selvaggio, dove impera ancora lo stile di Banditi a Orgosolo e la faida familiare....E' quello che tutti abbiamo sperato qualche anno fa, quando perfino la Vecchia Signora in bianco e nero si trasformò, non solo per merito di Moggi, in una molto maliziosa Gran Dama...

Difficile fare film sullo sport, con il calcio poi non ne parliamo (anche Alberto Sordi si è arreso). E sugli arbitri solo qualche buon documentario (ricordiamo quello di Srtefano Mordini). Questa volta mescolare il campetto di terra battuta con la gang del calcioscommesse, lo stadio San Nicola di Bari con l'Anderlecht furioso, l'oriundo argentino  Matzutzi, che farebbe vincere il campionato perfino a un undici di capre dirette da un allenatore cieco come Brai (un Benito Urgu nemico del 'fazendero' Alessio Di Clemente) formidabile), con una fioraia inseducibile con i vecchi trucchi come Geppi Cucciari,  e due squadre scalcagnate di terza categia sarda, l'Atletico Pabarile e il Montecrastu, l'equipe dei padroni e quella dei pastori e dei braccianti 'indie', ha funzionato.  Perfino l'ingresso di Francesco Pannofino, come 'arbitro Moreno', la più esibita e farsesca scena di cinema bis del film, aveva il compito didattico- rosselliniano di spiegare a tutti in cosa consisteva l'innocenza della Juve. E che, come diceva il centravanti del Verona Hellas di tanti anni fa, Penzo, 'l'arbitro decide il risultato di una partita per il 90%". Come il crupier decide il destino della roulette.

Certo lo stile è Ciprì e Maresco super Light, tra orrore selvaggio ben vestito e crimini efferati con la coppola, ma è la qualità del dettaglio, dalle scene (Rais, Sciveres, Tambornino) ai costumi (Stefania Grilli)  dalla musica (Andrea Guerra) al bianco e nero tra De Seta e lo spot-football più patinato della fotografia di Patrizio Patrizi a sorprendere, per la mancanza di sentimentalismo, di patetismo, di spirito dell'oratorio, nonostante qualche perplessità tecnica (nei quarti di finale di una champions league arrivano solo squadre 'prestigiose', forse ci voleva un po' più di coraggio e dire esplicitamente quale era la squadra per la quale si muovevano valigie piene di soldi...).

Il film, una commedia all'aceto, è in bianco e nero (e dichiaratamente 'anti dc') proprio come Le mani sulla città di Francesco Rosi, festeggiato (sotto la pioggia e davanti a 150 spettatori irriducibili) a 50 anni dal concente flop in campo San Polo nella preinaugurazione di ieri sera. Certo che ci sono flop, come questo, che sopravvivono alla propria epoca perché la sanno raccontare indelebilmente e super incassi che invece svaniscono nel nulla e si perdono nei menadri della memoria. Per questo esistono i festival del cinema (crescete e moltiplicatevi), altro che Netflix e Internet e box office. E sanno riempire persino il Lido, quoziente di difficoltà mille, e persino in un'epoca di crisi nera come questa. 

Le due opere, di un vecchio e di un giovane regista, hanno aperto 'all'italiana' la Mostra numero 70. Che anche questa volta sembra resistere bene alla doppia tenaglia di Montreal e soprattutto di Toronto. Se nessuno (tranne i sessantottini non ancora rinco) oggi ricorda chi è Rumor, il ministro dc che tentò - ci ha raccontato ieri il Corriere della Sera - di far fuori perfino quel film, corrompendo il suo incorruttibile produttore, perché inchiodava alle proprie responsabilità giuridiche e morali una classe politica che, da allora a Berlusconi, ha interpretato il potere come 'quella cosa che logora chi non ce l'ha', con ogni mezzo necessario (furono palazzinari di Piacenza ha inventare la macchina del fango, che da Briabanti a Valpreda, ci accompagna fino a oggi), senza farsi ancora neppure un giorno di galera, chissà quanti si ricorderanno di Concetto Lo Bello, fischietto internazionale di calcio degli anni 60, quando l'arbitro era vestito, come un prete, solo di bianco e di nero. E sembrava impeccabile e incorrutibile. Invece.

Geppi Cucciari
Finalmente Concetto Lo Bello ha avuto il suo meritato omaggio cinematografico. E il suo alias, Cruciani (Stefano Accorsi), fischetto nobile della 'Fefa' - come dire Uefa ma non posso per impicci di copyright - offre tutta la sua classe mimetica e un interno 'full back' scultoreo sotto la doccia  (un full fronty divistico al contrario) per rendergli omaggio. Cattolico irriducibile e di masochistica devozione (anche alla dc), conosceva l'arte di arbitrare e contemporaneamente quella di salire nel più alto dei cieli, grazie al braccio destro di Andreotti, Evangelisti pezzo grosso dell'Uefa....Marco Messeri (non a caso ha il nome di Candido) ce ne offre un ritrattivo di squallore definitivo.
Paolo Zucca

Alessio Di Clemente
L'opera prima di Paolo Zucca (scritto con Barbara Alberti), che Sarah McTeague e Walter Fasano hanno tagliato e cucito con il metodo del 'montaggio totale' (anche i difensori segnano, anche le piccole parti hanno il loro momento di gloria, perfino le vecchiette tifose col velo nero e il bastone roteante) fa dunque del post moderno dolce e in stato d'allarme. Omaggio al dramma e alla commedia classica italiana di ieri, alla televisione eretica (Pannofino e Cucciari) e alla nevrotica e ossessiva controinquisizione d'immaginario di oggi, caprolavoro di Frammartino incluso.  La Sardegna non ha solo una film commission (che fecero partire con tanto ritardo come la legge regionale del cinema). Continua a sfornare talenti uno dopo l'altro. Proprio come nel calcio, Cuccureddu, Zola, Sau,  Virdis, a cui si fa nel film un doveroso omaggio....

lunedì 26 agosto 2013

IL LIDO ROSSO. 70esima Mostra del cinema di Venezia 28 agosto-7 settembre. Alberto Barbera chiude il 'quadriennio interrotto'

Il manifesto dell'edizione 70 è di Simone Massi

Non è Pechino durante la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, ma il palazzo del cinema del Lido di Venezia, nei pressi dell'amianto

Simone Massi è stato David di Donatello 2012 per il migliore cortometraggio animato

Eva Riccobono madrina del festival, preinaugurazione stasera in campo Polo con Le Mani sulla Città di Francesco Rosi



qualche buon motivo per andare a Venezia, nonostante gli alti costi?
Paul Schrader, Alfonso Cuaron, Hayao Miyazaki (un cartoon in gara), Errol Morris (un doc in gara), Sandra Bullock, George Clooney, Louis Garrel, Anna Mouglalis, Matt Damon, Tilda Swinton, Kelly Reichardt, Tsai Ming Liang, Gianfranco Rosi (due doc in gara), Kim Ki Duk, Philippe Garrel, Amos Gitai, Emma Dante, Merzak Allouache, Alba Rorhwacher, Gus Van Sant, Werner Herzog, Babak Karimi, Christoph Waltz, Scarlett Johansson, Stefania Rocca, Val Kilmer....

e poi Miguel Gomes, Gianni Amelio, Mario Sesti, Costanza Quatriglio, Agnes B., il premio a Wajda, Cuaron, Sion Sono, Andrea Segre e Battiston,Alessandro Rossetto, Serik Aprimov, Zoran e Battiston, Sebastian Sepulveda, Serena Nono, Daniele Gaglianone, Giada Colagrande....

sabato 24 agosto 2013

Vadim Jusov, anche gli occhi di Tarkovsky si sono spenti

Solaris di Andrei Tarkovski, fotografia di Vadim Jusov


di Roberto Silvestri 


Un altro lutto in questa tremenda estate 2013.
A 84 anni è scomparso un simbolo della Mosfilm, Vadim Ivanovic Jusov, il pluripremiato direttore della fotografia dei primi 4 film di Andreij Tarkowskij e di quelli del suo allievo Ivan Dichovicny.

Vadim Jusov
E poi delle commedie agre di Georgij Danelja, dei kolossal di Sergej Bondarchiuk, e del Karl Marx di Leo Kulidzanov... Del cinema sovietico più istituzionale come di quello più provocatoriamente o sottilmente antagonista e dissidente. Del cinema di genere, d'autore e di regime. Di quello sovietico e post-sovietico.
Georgij Danelia

Ci sono gli Academy Awards. Ma ci sono anche i premi Nika, gli Oscar russi. Jusov lo ha vinto due volte, per Passaporto di Danelja (1990) e per Prorva (La Parata di Mosca, 1992) di Dichovicny.  E' stato membro della giuria di Cannes (1984) e Berlino (1995). Allievo al Vgik (la più antica scuola di cinema del mondo) di Anatolij Golovnia, insegnava negli ultimi anni di vita nello stesso Istituto dove si era diplomato nel 1954. Al suo fianco alla Mosfilm, e spesso anche sui set, l'ingegnere del suono Inna Zelentsova, sua moglie.

Nato a Klavdino (San Pietroburgo, ma al tempo era Leningrado) il 20 aprile 1929, premio Lenin  nel 1979, Jusov, secondo Stefano Masi (autore di un monumentale dizionario dedicato ai direttori della fotografia di tutto il mondo), che scrive il suo cognome Yusov, appartiene alla categoria dei luministi pittorico-impressionisti, specialista nella creazione di ambienti e atmosfere catturate al volo e liberate da ogni espressività effettistica e compiaciuta, da ogni citazionismo pittorico. Yusov sa creare mondi a sé, a parte, soggettivi (anche se fabbricati in pool, in diretta simbiosi con il regista e con gli apparati emotivi degli spettatori), ma più veri del vero.

L'infanzia di Ivan 
E' nel 1960 che Tarkovskij chiede la sua collaborazione per il mediometraggio Sovcolor di diploma Il rullo compressore e il violino, da una sceneggiatura scritta con Adreij Michalkov Konchalovsky. La collaborazione quasi telepatica tra i due continuerà con il bianco e nero e i chiaroscuri del film di guerra antinazista  L'infanzia di Ivan (1962), che si avvale anche della neo diplomata fonica Zelentsova; con il film epico, con sequenze finali a colori, Andrej Rublev (1966) e con un film di fantascienza dal cromatismo iridato ma funebre, Solaris (1971).

Solaris
Contemporaneamente ai set 'trascendentali' (nel senso ascetico e di Bresson) di Tarkovkij, alle immagini che conducono la bellezza verso le metamorfosi più orrorifiche, Jusov - quasi un tradimento politico-poetico - dava luci e ombre anche alle commedie al vetriolo, di maggiore charme  comunicativo, più nouvelle vague nello stile arguto e ironico, del georgiano Georgij Danelja, a cominciare dal poema del disgelo A zonzo per Mosca (1963)che ammicca alle foto 'rubate' e romantiche di Robert Doisneau.
Vadim Jusov

Seguiranno l'indigesta, per il regime, satira sociale Tridcat tri (1965) e Ne goryu! (che è la versione russa di Mio zio Benjamin di Claude Tillier girata nel 1969 quasi contemporaneamente alla versione francese interpretata da Jean-Paul Belmondo). Danelja è un regista caro agli spettatori dell'Estate romane. Invitato da Marco Melani nella rassegna Ladri di cinema raccontò come si possono caricare le immagini anche senza farsene accorgere, senza virtuosismi e esibizionismi. Più Aldrich e Siegel che Kubrick. Un obiettivo che ha sempre perseguito anche Jusov.

Andrei Tarkovski 
E nel 1974 la grande rottura con Tarkovskij. Li dividerà per sempre Lo specchio, il progetto più estremo e difficile, più poetico e indecifrabile, fino a quel momento, del cineasta russo. "Ha invaso il mio territorio", racconta all'intervistatore Hiroshi Takahashi, alludendo alla richiesta del regista di ricreare una iconografia 'fiamminga' sovraccarica di citazione. Anche il regista racconta la sua versione, ancora più esplicita, nel suo bellissimo libro Scolpire il tempo (Ubulibri 1988):


La cosa più importante e complessa  nel rapporto con lo scenografo e con l'operatore consiste nel fare di loro (come del resto come di tute le altre persone che lavorano con te alle riprese del film) dei complici, dei responsabili dell'idea di partenza. E' di fondamentale importanza che essi in nessun caso rimangano degli esecutori passivi e indifferenti, ma al contrario che diventino dei compartecipanti e dei creatori a pieno diritto con i quali tu possa condividere tutti i tuoi sentimenti, tutti i tuoi pensieri. Tuttavia al fine di fare del tuo operatore un alleato talvolta occorre usare diplomazia, fino al punto di tenergli nascosto il tuo intento, il tuo obiettivo finale, allo scopo che quest'ultimo trovi la sua realizzazione nel trattamento della fotografia in maniera ottimale. A volte ho dovuto tenere del tutto nascosto ciò a cui miravo per riuscire a spingere l'operatore verso la soluzione necessaria. Abbastanza significativa in questo senso è la storia dei miei rapporti con Vadim Jusov, l'operatore con il quale abbiamo lavorato fino a Solaris compreso.  
Manifesto di Andrei Rublev 
 

Dopo aver letto la sceneggiatura dello Specchio Jusov si rifiutò di girare il film. Motivò il suo rifiuto col fatto che gli ripugnava dal punto di vista etico il suo aperto autobiografismo e che lo lasciava perplesso e lo irritavano la troppo esplicita intonazione lirica di tutta la narrazione e il desiderio dell'autore di parlare solo di se stesso. Jusov naturalmente si comportò, a modo suo, in maniera franca e onesta. Evidentemente giudicava effettivamente immodesta la mia posizione. A dire il vero, più tardi, quando il film era ormai stato girato da un altro operatore, Georgij Rerberg, non ricordo in quale occasione mi confessò: "Per quanto sia spiacevole ammetterlo, Andreij, tuttavia questo è il tuo migliore film". Mi auguro che anche queste parole fossero sincere. 
Forse proprio perché conoscevo Vadim Jusov da molto tempo avrei dovuto essere un po' più furbo. Invece di rivelargli  fino in fondo i miei pensieri fin dal pincipio avrei dovuto dargli la sceneggiatura a pezzi...Non lo so. Non sono capace di essere ipocrita. Non sono diplomatico con gli amici.

Certo è che nel suo libro teorico e di memorie non parla altre volte del contributo creativo e indispensabile, come ottimo "scultore del tempo", di Vadim Jusov.

L'infanzia di Ivan 
La carriera di Jusov prosegue, curiosamente, e provocatoriamente, con un film tv diretto da Samson Samsonov, lo stesso regista con il quale nel 1955 aveva iniziato la sua carriera, come assistente operatore di Fyodor Dobranzavov del film Poprygunya (La cicala). 

Ma ancora più provocatoriamente collaborando con Sergej Bondarchuk, l'ex attore, il divo del cinema mainstream nel kolossal bellico e patriottico del 1975, ambientato durante la seconda guerra mondiale, Oni srazhalis za rodinu. Sarà al suo fianco anche in Messico in fiamme (1982) e Dieci giorni che sconvolsero il mondo (1983) dal libro autobiografico di John Reed. Ma è con Georgji Danelja che il rapporto continuerà ad esssere più sperimentale (anche se non vistosamente) come si vede nelle due commedie 'tra Billy Wilder e Ken Loach' Sovsem propashchiy (1974) e Pasport (1991), anno nel quale il cineasta georgiano diventa cittadino russo. L'ultimo suo film è  Apelsinovyy sok (2010) di Andrej Proskhin. Ha lavorato anche con Nikita Mikalkov in un paio di film televisivi (anche il Cechov) e in un ritratto della figlia Anna (tutti e tre nel 1993).
Il rullo compressore e il violinista
Andrei Rublev

giovedì 22 agosto 2013

Haji balla


Haji


Haji "Cat" (1946-2013)






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Miss Haji. Il sesso alieno è svanito


Roberto Silvestri

Il nome? “Me lo ha dato mio zio, un artista, pittore di nudi”.
Dove sei nata? “Sono solo una visitatrice qui. Non sono mai nata. In realtà non sono neppure una terrestre, sono qui di passaggio. Mia madre era un’abitante della terra e aveva altri figli, ma quando mio padre (che non credo fosse un terrestre) la sposò ‘io apparvi’. Sto ancora cercando di capire come ci si comporta da terrestre… sa, non sono mai stata a scuola”
(da una intervista di Jewel Shepard,  in Invasion of the B-Girls, 1992, Eclipse Books)
Haji, da non confondere con Hajji che per i musulmani è chi ha correttamente compiuto un pellegrinaggio a La Mecca

   La mia amica filippina. Se in questi giorni una ragazzina bionda di 15 anni che preferirebbe non andare mai a scuola, può insegnare a Kick ass, il timido ragazzo della porta accanto, come essere davvero un super eroe, cosa significa capire al volo cos’è giusto e cos’è sbagliato e maneggiare insieme sesso e violenza, con la punta di colore giusta nel rossetto o nel costume, e se Putin è così terrorizzato dalle Femen che lo fanno sentire terribilmente inadeguato e incurabilmente gay, molto lo si deve all’invasione delle b-girls e dunque a Haji, la go-go girl analfabeta dell’apocalittico fumetto (pre-Crash) Faster, Pussycat! Kill Kill! e all’intero ‘Mondo Russ’.

Lei e un gruppo di umoriste sessantottine americane, ma molto miste, cioè ragazze contemporaneamente ‘bionde brune rosse nere e gialle’, attrici libere e lisergiche, spregiudicate e sessualmente onnivore, dislettiche rispetto alla cultura dominante, femministe drastiche fino alla dolcezza panteista del jet kune do, e con un pezzo di cuore nei tre mondi, hanno inciso irreversibilmente la nostra fantasia e i nostri desideri, in una serie di b-art film sconvolgenti (che aspettiamo ancora di vedere in prima serata tv) e hanno capovolto negli anni 70 ruoli, schemi simbolici, trucco, moda, look e immaginario, rompendo la disciplina patriarcale e bloccando la catena di montaggio dell’inconscio collettivo, ‘che è una fabbrica, non un teatro’, come scrive Deleuze.  Si fa vera lotta di classe, là dentro.

Haji in Motor Psycho di Russ Meyer (1965)
Sarà per questo che la notizia che riguarda Haji, prematuramente scomparsa in questi giorni nella sua casa di Malibù, è stata tenuta così bassa, quasi ignorata e distrattamente dimenticata o sepolta dai media puritanissimi tra un ozio estivo e un tremore esagerato per la caduta di alcuni governi fondamentalisti (Morsi o Letta). Speriamo in un fuori orario o in uno stracult prossimi venturi.  Anche perché era stata appena inserita nelle 1000 donne più glamour del secolo scorso....(Steve Sullivan's Glamorous Girls of the Century).

Invece. Ambientalista militante, naturista drastica, animalista sfrenata, casting director, body-painter psichedelica, assistente alla produzione, truccatrice, adescatrice di star, costumista, ufficio stampa, sceneggiatrice…ma soprattutto attrice canadese di origini metà britanniche e metà filippine e di alta, accademica, spogliarellistica tecnica ‘camp’. Una sorta di Bruce Lee che si immedesima in tanti animali della foresta e acquacei differenti per entrare nella parte, che poi è sempre un certo tipo di lotta. Sul set di Good Morning!...Goodbye in cui Haji è The Catalist, un personaggio piuttosto mistico, pura espressione della libido femminile e della foresta vivente, ci fu proprio un battibecco con Russ perché lui voleva solo inquadrare tette e culi mentre lei avrebbe desiderato migliorare la scena con l'uso di serpenti più voluminosi.... E ovviamente aveva ragione lei... (che dette pure il titolo al film).. 
Haji in Faster, Pussycat! Kill Kill

La diabolica ‘Rosie’ del trio elettrico di Faster, Pussycat! Kill Kill!, quella coi pantaloni lunghi scuri e la maglietta bianca con due righe asimmetriche orizzontali sui capezzoli, la maneggiatrice di coltello, l'amante lesbica della protagonista bisessuale Varla, interpretata da Tura Satana. insomma in un solo piccolo nomignolo Haji, la regina erotico-esotica di Russ Meyer, la killer più odiata dal macho crepuscolare, è morta il 10 agosto scorso a 67 anni. Attrice unica. La sua caratteristica? Non sapeva leggere. Ma imparava tutte le sue battute a memoria. E buttava nella parte un’energia straordinaria, un vulcano in eruzione, durante le riprese. “Proprio come Ruth Gordon”, si vantava Haji.

Alter ego di Russ Meyer, il Disney del nudo, fino alla scomparsa del suo regista feticcio, nel 2004, Haji, una attrice esibizionista (però mai totalmente nuda) e donna estremamente misteriosa, è stata oltre che una bellezza schermica supersonica, e la parodia della bellezza schermica supersonica, vita zero seni mille, testa e cuore ventimila, l’indispensabile angelo della pre-produzione, perché,  assieme alla superstar Ushi Digard, contattava personalmente nei camerini le showgirls più giovani e rigogliose scoperte dal ‘Fellini del softcore’, dall’ ’Eisenstein dei sex-movies’, come lo chiamava John Waters (così accadde per la protagonista di Pandora Peaks, scovata nell’est europa post comunista) per scritturarle nei Meyer soft-movies. "Adoravo Russ, un vero gentiluomo. Un professionista. Non dovevi certo preoccuparti che alle 4 di notte ti bussava alla porta...".


La notizia della morte è stata data ai mass media dall’attrice chicana Francesca Isabel "Kitten" Natividad, amica e collega nella Russ Meyer’s Factory, sulla sua pagina Facebook, senza specificare le cause della morte. Haji lascia una figlia, Cerlette, avuta minorenne. Non si è mai sposata. "Peccato, mi piace fare la casalinga e occuparmi del giardino. Ma non ho mai trovato l'uomo giusto. Mia sorella dice che sono lesbica, ma non è vero. E' che è così diffiicle trovare uno che che ti gironzoli sempre attorno....".

Il look asiatico. Capelli corvini, come la ‘nativo-nipponica’ sputauomini Tura Satana, lineamenti asiatici, naso più lungo del canone hollywoodiano, ma non lo ha mai corretto chirurgicamente, esplosa subito, nel capolavoro di femminismo selvaggio che Meyer realizzò del 1965, lo stesso anno dell’esordio,  Motor Psycho (1965), nel ruolo di Ruby Bonner. Farà con Russ anche Good Morning…and Goodbye! (1967), Beyond the Valley of the Dolls (1970), dove era, in un cameo, Cat Woman e Supervixens!, nel ruolo di Super Haji, mentre un altro regista estremo come Meyer, John Cassavetes, la vorrà nel 1976 in L’assassinio di un allibratore cinese, nel ruolo di… Haji., permettendole di improvvisare completamente la parte.
Barbarella Catton (questo il suo vero nome) era nata, o meglio apparve, a Quebec City (Canada, Quebec) il 24 gennaio 1946 e, a 14 anni, è diventata una professionista di burlesque dancing (a 147 dollari la settimana:"che bello stare tutte nude ed essere addirittura pagata per questo!"), piuttosto coraggiosamente data la minore età, specializzandosi poi nella danza del ventre e in numeri dal fascino magnetico-esotico (come si vedrà nell’apparizione della strega silvestre di Good Morning… and Goodbye!, remake di Lorna) ma odiava gli uomini che le mettevano le mani addosso per ficcare la mancia nel costume. Trasferitasi in California per lavorare nei topless night viene scoperta, molto probabilmente al The Loser (Cienega Boulevar, Los Angeles), dal cineasta Russ Meyer, ex fotografo di guerra e di Playboy e pioniere del nude-movies americano. La proposta la lasciò di stucco. Non solo non aveva mai recitato ma era terrorizzata dal fatto di dover leggere un copione. Per fortuna il suo ragazzo di allora, che era un attore, l’aiutò e così vinse il provino e la richiamarono per girare un dramma super-violento, post Vietnam, Motor Psycho (di cui Faster, Pussycat! Kill Kill! sarà la versione 'all women').
Faster, Pussycat! Kill Kill!. Non c'è attrice con la quale Russ Meyer abbia lavorato più volte, neanche Kitten Natividad

Russ Meyer, filmaker totalmente autonomo e indipendente, aveva escogitato un buon sistema per realizzare film tutti suoi, che non dovessero dipendere dai capricci dei produttori: "Utilizzavo come attrici solo le ragazze del mese di Playboy. Perché? Perché costavano poco e inoltre tutti le conoscevano. Non sanno recitare? Perché altre donne capaci di furoreggiare sulle copertine dei giornali, come Soraya o Sophia Loren, sanno recitare?"  

Quale sarà alla fine il ruolo di Russ Meyer all’interno della storia del cinema? "Lo stesso - ci assicurava il critico chicagoan Roger Ebert - di Chantal Ackerman, Sergej Eisenstein, Jean-Luc Godard, di Mark Rappaport e degli altri strutturalisti radicali. Basta saper guardare oltre le tette grosse".  

Maria Manina e le congas. Dopo aver abbandonato il cinema dagli anni 70, Haji era tornata sul set nel 2001 in The Double-D Avenger di Lazar Saric (nel ruolo di Hydra Heffer), e due anni dopo nel video di William Winckler Killer Drag Queens on Dope, con un personaggio chiamato Moonji, al fianco di due divinità dell’Olimpo Meyer, Kitten Natividad e Raven De La Croix.
Hajo "The Catalist" in Good Morning...Goodbye 

Completano la sua filmografia Bigfoot di Robert F. Slatzer (1970), dove è…Haji; Up your Alley di Art Libermann (1971), Wham! Bam! Thank You, Spaceman, in Italia Incontri erotici del quarto tipo (1975) di William A. Levey, dove si chiama Maria Manina; il profetico Ilsa, Harem Keeper of the Oil Sheiks di Don Edmonds (in Italia Ilsa la belva del deserto), è Alina Cordova alias Haji Cat; The Amorous Adventures of Don Quixote and Sancho Panza (Le avventure erotiche di Don Chisciotte e Sanzo Panza) di Raphael Nussbaun (1976), è Cybel; Hughes and Harlow: Angels in Hell di Larry Buchanan(1978), qui è Laura. E Demonoid: messanger of death di Alfredo Zacharias (1981), dove è Angela. Tra una parte e l'altra della sua carriera ha lavorato con Charles Hagen, costruttore di Shopping Malls, come ufficio stampa. Peccato non fece mai western. Era il suo grande sogno, assieme a quello di suonare le congas in qualche film di atmosfera 'latina'. Ma siccome non è mai nata non è mai morta. La ritroveremo prima o poi all'O.K.Corrall a fare la Clint Eastwood femminile o in un Roberto Rodriguez a esibile tutta la felicità e il dramma della vita in un solo corpo pieno di fluxus. .